“A proposito di… inquinamento elettromagnetico”, online l’opuscolo aggiornato di Arpa Veneto

Lo sviluppo del settore delle telecomunicazioni ha prodotto un aumento delle fonti di inquinamento elettromagnetico. In particolare, la diffusione di impianti per la telefonia mobile, lo sviluppo di nuove tecnologie e la loro veloce diffusione, preoccupano i cittadini. L’opuscolo aggiorna i contenuti presentati nell’edizione precedente fornendo ai cittadini informazioni semplici sul tema e analizzando le sorgenti di maggior interesse per l’esposizione della popolazione. Scarica la pubblicazione

Indagine e valutazione del disturbo olfattivo nel comune di Rovereto

Appa Trento, a settembre 2016, ha presentato l’esito dei monitoraggi svolti nel comune di Rovereto (TN) sulle emissioni odorigene oggetto di segnalazioni e lamentele. Il lavoro, condotto esclusivamente dai tecnici e con strumentazione di cui si è dotata l’Appa, rappresenta un importante tassello della strategia delineata con l’emanazione delle Linee guida approvate dalla Giunta provinciale lo scorso mese di giugno.

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Odori molesti in Piemonte

I cattivi odori delle nostre città possono compromettere la qualità della vita di numerosi cittadini, anche nel caso in cui le sostanze emesse non siano pericolose. Sul solo territorio dell’area metropolitana di Torino, dal 2010 al 2016, Arpa Piemonte ha ricevuto 1741 esposti che riguardano le puzze che rispetto alle altre matrici considerate rappresentano il dato più alto. Leggi il resto

Questioni di cattivo odore

Il tema del monitoraggio, del controllo e della valutazione dell’impatto olfattivo prodotto da alcune realtà industriali è oggetto di sempre maggior attenzione per la Pubblica amministrazione, gli enti preposti al rilascio delle autorizzazioni ambientali e, di conseguenza, per gli enti di controllo, quali anche le Agenzie ambientali. Questo in relazione anche alle sempre più numerose segnalazioni e richieste di interventi da parte della popolazione esposta che rivendica il diritto a una migliore qualità della vita.

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Il gruppo di lavoro del Snpa sugli odori

La carenza di una normativa ambientale specifica, di tecnologie e norme tecniche strumentali adeguate alla complessità del problema determina la difficoltà, per l’ente di controllo, di valutare compiutamente l’impatto dei fenomeni osmogeni. Nell’ambito del Programma triennale 2014–2016 del Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente è stato costituito un gruppo di lavoro sulle metodologie per la valutazione delle emissioni odorigene.

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Come caratterizzare e misurare gli odori

L’odore si riferisce alla sensazione elaborata dal sistema olfattivo umano in seguito all’interazione specifica di una miscela di sostanze con l’organo olfattivo. L’odore dell’aria che respiriamo è stato riconosciuto come una variabile ambientale che può determinare la qualità della vita e influire sulle attività economiche (attività lavorative, turismo, ecc.).

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Alto Adige: nuove linee guida per favorire l’efficienza energetica

Approvate dalla Giunta Provinciale di Bolzano le nuove linee guida per la concessione di contributi per l’incentivazione dell’efficienza energetica e dell’utilizzo di fonti di energia rinnovabili. Con il Piano clima Energia Alto Adige 2050 la Provincia si è posta traguardi molto ambiziosi, tra questi la copertura di consumo energetico con fonti rinnovabili, che dovrà arrivare al 75% nel 2020 e al 90% nel 2050. In tutto questo gioca un ruolo chiave il risanamento energetico degli edifici. Leggi il resto > e guarda il video su Youtube >

L’esperienza del Laboratorio di olfattometria del Politecnico di Milano

Nel 1997 presso il Dipartimento di chimica materiale e ingegneria chimica del Politecnico di Milano nasce il laboratorio di olfattometria dinamica. Abbiamo intervistato la responsabile, Selena Sironi, ingegnere chimico, professore associato al Politecnico di Milano.

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Da quando si occupa di odori e perché?
Ho iniziato ad occuparmene con il dottorato di ricerca, alla fine degli anni novanta. Allora e fino all’inizio degli anni duemila parlare di odori faceva sorridere, in quanto tematica sensoriale, e all’interno del Politecnico era vista per lo meno con sospetto.
In realtà come vediamo il panorama è cambiato, non solamente a livello italiano, ma anche internazionale quindi oggi è più semplice occuparsi di questo ambito che ha anch’esso valenze tecnico-oggettive. Non bisogna confondere infatti il termine sensoriale con quello di soggettivo.

Può spiegare meglio la differenza?
Anche ciò che è sensoriale può essere numerizzato attraverso procedure che a loro volta vengono sempre più standardizzate, anche sotto la spinta delle norme europee. Questo fa sì che i risultati siano riproducibili non solo all’interno del singolo laboratorio, ma anche fra laboratori diversi. Ogni anno noi partecipiamo a calibrazioni internazionali da cui emerge come i vari dati sono in linea fra loro: certamente non fino all’unità odorimetrica, ma comunque l’incertezza è molto contenuta.

E per unità odorimetrica si intende?
È il numero di diluizioni che un campione d’aria deve subire per raggiungere la soglia di percezione, cioè perché non se ne percepisca più l’odore.

Ritorniamo al suo lavoro. Ci stava raccontando come è nato questo suo incontro con gli odori.
Per la tesi stavo lavorando sugli impianti di compostaggio e cercavo di trovare dei traccianti che identificassero l’odore e lo facevo con la gascromatografia e la spettrometria di massa e in qualche modo anche con l’analisi sensoriale per cercare di provare a vedere se ci fosse qualche composto che potesse venire fuori. Successive ricerche, non solo mie chiaramente ma a livello internazionale, hanno fatto emergere che le miscele complesse (come quelle del trattamento rifiuti, trattamento acque reflue e petrolchimico) sono talmente ampie che difficilmente il responsabile degli odori può essere solamente uno o due composti, ma la miscela nel suo complesso. Questo comporta che il responsabile vero sia difficilmente identificabile.
Mi sono quindi trovata in questo ambiente un po’ per caso però ci ho creduto, nel senso che mi è sembrato importante dare una risposta cioè attribuire un numero ad una sensazione, cosa che con l’analisi chimica non si riusciva a fare. Non si sapeva come fare a definire il fastidio, la concentrazione, la gradevolezza o sgradevolezza, cioè tutti quegli aspetti che portano a identificare un odore come molestia e portano il cittadino ad alzare la mano per dire non sta bene perché l’aria che respira lo fa stare male.

Cos’è che spaventa dell’odore?
Subentra un aspetto psicologico. L’odore, molto spesso erroneamente, viene associato ad una condizione di tossicità dell’aria. È vero che l’odore, per la maggior parte dei casi, non causa la patologia ma è altrettanto documentato in letteratura, soprattutto nei soggetti già sofferenti di una patologia, come ad esempio l’asma, subentrano fattori psicologici tali per cui con una percezione dell’odore che viene cronicizzata crea un peggioramento della patologia. È chiaramente importante numerizzare questa sensazione, per de-soggettivizzarla, come dicevamo prima. Quindi la mia curiosità si è spinta nel cercare un modo oggettivo per dare un numero a una sensazione.

Quindi è stata una pioniera?
Sì ecco, con il laboratorio siamo partiti così, un po’ da pionieri, anche perché la prima norma internazionale è del 2003. E lo siamo stati soprattutto in Italia, mentre in Germania gli studi erano già ad una fase più avanzata. Oggi, e lo dico con molto orgoglio, la situazione è decisamente diversa, sediamo agli stessi tavoli e veniamo anche considerati un punto di riferimento a livello europeo.

Qual è l’attività del laboratorio del Politecnico di Milano?
È un laboratorio pubblico che segue aspetti legati al territorio nazionale, con aziende che presentano delle problematiche. Lavoriamo in Lombardia ma non solo. Siamo andati anche fuori dai confini italiani, anche se più raramente, in genere per contratti con grandi compagnie.
Poi c’è tutta una parte di lavoro che segue l’attività di ricerca legata non solamente allo sviluppo del metodo di analisi ma allo sviluppo del metodo di campionamento, dei sistemi di analisi in continuo, quindi i cosiddetti nasi elettronici, alla valutazione di come simulare certe fonti odorigene, difficilmente simulabili come la discarica, come il cumulo di verde per cui la normativa esistente è ormai un po’ datata.
Il nostro quindi risulta essere un lavoro pionieristico in quanto cerca di sviluppare aspetti non ancora normati e che in qualche modo devono avere come fondamento non solo l’analisi sensoriale ma anche gli aspetti di modellistica, di cinetica, di diffusione, di dispersione degli inquinanti, di valutazione delle sorgenti emissive.
Ci stiamo inoltre interessando alla caratterizzazione delle differenti sorgenti per capire come diffondono l’odore, dal serbatoio a tetto galleggiante della raffineria al cumulo di verde, in cui non c’è nulla se non le esperienze di altri gruppi di lavoro con cui ci confrontiamo tramite le pubblicazioni.

Il laboratorio ha anche un ruolo in Europa?
Sì partecipiamo ai tavoli tecnici per la discussione della norma attualmente in vigore che è la UNI EN 13725 che regolamenta l’olfattometria dinamica e siamo sul tavolo europeo, nato qualche mese fa, per regolamentare l’uso dei tipi di monitoraggio in continuo quindi dei nasi elettronici. Quello che ci sembra importante è che queste norme dovrebbero contenere i requisiti minimi degli strumenti di cui normano le misurazioni. Per il naso elettronico il panorama è molto ampio e si va dallo strumento che costa 5.000 euro a quello che ne costa 50.000. Chi lo acquista come fa a distinguerli? È indispensabile definire dei livelli di accuratezza della misura, soglia minima di percezione dell’odore e altro che definisca l’adeguatezza dello strumento in modo che possa essere definito come naso.
Abbiamo inoltre collaborazioni con gruppi universitari sul fronte della ricerca. Lavoriamo con l’Austria, l’Australia, la Germania, con la Polonia e con la Francia.

Quindi al momento non c’è nessuna norma che riguardi il naso elettronico?Quando uscirà questa sarà la prima norma tecnica internazionale, almeno in campo ambientale. I nasi elettronici sono usati anche in campo medico, alimentare che sono tutti ambiti in cui la misurazione è più semplice perché non intervengono fattori esterni. Già 10 anni fa c’erano nasi in grado di distinguere se una nocciola fosse biologica oppure no, ma qui parliamo di uno strumento di analisi usato in laboratorio su odori standard.

Questa è una difficoltà insita nella misura ambientale.
Assolutamente sì. In ambiente non c’è niente di standard. Ad esempio il rifiuto è sempre diverso. Noi siamo partiti con la ricerca sul naso elettronico nel 2004, certo c’è stata una grande evoluzione, ma il lavoro non può dirsi ancora concluso. Per farle un esempio attualmente la maggior parte dei nasi elettronici in uso in Italia si basano sulla tecnologia MOS metalli-ossido-semiconduttori. Una pompa all’interno del naso fa fluire l’aria in una camera dove sono posti i sensori che, in funzione di una variazione di resistenza, generano un segnale elettrico che poi deve essere interpretato. Se l’aria subisce una variazione perché l’umidità cambia, il naso elettronico se non avesse il controllo dell’umidità segnerebbe questa variazione come variazione di resistenza e quindi come variazione di odore.

Quali sono le prospettive future? Si stanno aprendo nuove frontiere?
È una tematica in continua evoluzione. Inizialmente i settori trainanti sono stati il trattamento rifiuti e quello delle acque reflue, poi c’è stato il rendering, adesso sta partendo il petrolchimico. È un lavoro molto stimolante perché ci mette di fronte sempre nuove realtà industriali da comprendere e studiare per restituire una fotografia quanto più possibile vicina alla realtà del loro impatto olfattivo

Avete avuto modo di collaborare con le Agenzie ambientali?
Sì abbiamo collaborato con Arpa Umbria e fatto tutta una valutazione dell’impatto olfattivo di un vasto polo industriale di Terni e altre zone dell’Umbria. Con Arpa Lombardia abbiamo lavorato, insieme a Regione per l’uscita delle Linee guida. Sempre con Arpa Lombardia abbiamo organizzato a dicembre del 2016 un corso di formazione.
Al momento non c’è una collaborazione continuativa ma siamo sicuramente disponibili ad avviarla, per condividere le esperienze e conoscere le problematiche del territorio italiano.

Qual è l’aspetto più difficile del suo mestiere?
Quanto tempo ho per rispondere? In generale mi diverto moltissimo anche perché il mio lavoro universitario implica lo stare in contatto continuo con i ragazzi che per me sono sempre fonte di stimolo. Loro sono delle bombe di idee e di entusiasmo. Il mio lavoro è fatto di ricerca, di didattica (ho due corsi di ambientale e di odour science and engineering) e ho la responsabilità del laboratorio olfattometrico. Diciamo che non mi annoio.
Rispetto al laboratorio direi che l’aspetto più difficile è far riconoscere alla collettività il fatto di essere libero pensatore, cioè non essere al servizio di nessuno. Nel senso che questo non sempre viene riconosciuto dal cittadino. Se svolgo un’analisi per conto di una istituzione, in genere, non ci sono problemi e i risultati non sono discussi. Se questa stessa analisi è fatta per una impresa allora i risultati sono messi in dubbio. Per questo cerco sempre di rendere il più trasparente possibile tutta l’attività con assemblee pubbliche e lascio sempre le porte del laboratorio aperte a chi vuole conoscere, approfondire o semplicemente curiosare.

E l’aspetto più affascinante?
È la novità. È il fatto di essere pionieri. È il fatto di poter scegliere che strada prendere nel senso che al momento c’è talmente tanto da studiare che possiamo prenderci il lusso di scegliere cosa fare. E quando una persona studia ciò che più gli piace ottiene i risultati migliori.

Cosa prevede la normativa in Italia

In Italia non esiste una specifica normativa nazionale per la disciplina delle emissioni odorigene. È infatti possibile individuare solo la presenza di generici criteri. Per sopperire a tale lacuna normativa, alcune Regioni hanno redatto specifiche leggi e linee guida con lo scopo di disciplinare i casi di molestia olfattiva.

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A livello internazionale, la regolamentazione delle emissioni odorigene è generalmente fondata su due diversi approcci:
– misura delle emissioni, espressa come concentrazione dell’intera miscela e/o di singoli composti chimici, in riferimento ad una particolare sorgente. In particolare, nel primo caso (odore dell’intera miscela di sostanze chimiche), la concentrazione di odore è espressa in unità odorimetriche (ouE/m3) e viene determinata mediante l’olfattometria dinamica; nel secondo caso (concentrazione del singolo composto odorigeno), sono individuati limiti per le concentrazioni di specifici composti, ritenuti più significativi (Ammoniaca, Solfuro di idrogeno, Mercaptani), espressi tipicamente in termini di rapporto massa-volume. Tali limiti sono stabiliti sulla base degli Odor Threshold (OT), valori che indicano la soglia di percettibilità, oppure scelti in riferimento ai potenziali impatti tossicologici delle sostanze chimiche. A causa della notevole varietà dei processi industriali e delle sorgenti (puntuali o areali attive/passive), i limiti prescrittivi si riferiscono, di solito, a specifiche sorgenti (soprattutto puntuali o areali attive) e a specifici impianti (in particolare impianti di compostaggio);
criteri di accettabilità al recettore, tipicamente espressi in termini di concentrazione (ouE/m3) rilevata in un tempo medio e facendo riferimento ad una frequenza di esposizione (es. 98° percentile delle concentrazioni medie orarie in un anno). Le concentrazioni di odore al recettore sono stimate usando appropriati modelli a dispersione, allo scopo di verificare la conformità delle emissioni ai criteri di impatto definiti, che possono variare anche rispetto alla tipologia dell’area. Tali limiti hanno natura predittiva e stabiliscono livelli di concentrazione odorigena molto bassi, non rilevabili attraverso le metodologie di misura attualmente disponibili.

Altri provvedimenti normativi stabiliscono criteri di accettabilità considerando indici di disturbo o frequenze di “ore odore”, verificati a partire da metodologie che coinvolgono direttamente la popolazione, quali field inspections e field sniff testing con panel addestrato in campo, oppure con interviste, questionari, reclami.

In Italia non esiste una specifica normativa nazionale per la disciplina delle emissioni odorigene. È infatti possibile individuare solo la presenza di generici criteri. Per esempio, nel D.Lgs.n. 152/06 e s.m.i. (allegato III alla parte IV), in cui si fa riferimento ai criteri generali da adottare in materia di bonifica e messa in sicurezza, si legge che essi devono essere condotti in modo da “…evitare ogni rischio aggiuntivo a quello esistente di inquinamento dell’aria, delle acque sotterranee e superficiali, del suolo e sottosuolo, nonché ogni inconveniente derivante da rumori e odori”.

Per sopperire a tale lacuna normativa, alcune Regioni hanno redatto specifiche Leggi e Linee guida con lo scopo di disciplinare i casi di molestia olfattiva.
Per prima, la Regione Lombardia (DGR n. 7/12764 del 16/04/2003 “Linee guida per la costruzione e l’esercizio degli impianti di produzione di compost”) ha indicato un limite di emissione all’uscita dei sistemi di trattamento dei biofiltri, pari a 300 ouE/m3.
In seguito, altre Regioni italiane hanno emanato direttive simili, con indicazione dello stesso limite emissivo per gli impianti di compostaggio (Basilicata – DGR 22/04/2002 n. 709; Sicilia – Delibera N. 27 Parte I del 14/06/02; Abruzzo – DGR 400 del 26 maggio 2004). L’applicazione di tale limite ha però mostrato alcuni inconvenienti, legati soprattutto al fatto che il valore imposto è stato adottato, in maniera impropria, come riferimento non solo per impianti di compostaggio ma anche per altre tipologie di impianti. La Regione Emilia Romagna con la DGR n. 1495 del 24/10/2011 fissa, per gli impianti di produzione di biogas, all’uscita degli impianti di trattamento, valori di emissione pari a 400 ouE/m3 e valori di concentrazione per l’Ammoniaca pari a 5 mg/Nm3.

Più recentemente, la stessa Regione Lombardia (DGR 15 febbraio 2012 – n.IX/3018) ha pubblicato la Linea guida “Determinazioni generali in merito alla caratterizzazione delle emissioni gassose in atmosfera derivanti da attività a forte impatto odorigeno” allo scopo di disciplinare la procedura autorizzativa per impianti che causano emissioni odorigene, fornendo indicazioni per la valutazione dell’impatto prodotto ai recettori sia mediante l’uso di modelli di dispersione sia con l’adozione di una specifica metodologia di gestione delle lamentele basata sulla raccolta delle informazioni su questionari compilati dalla popolazione esposta.

Approcci simili sono stati adottati anche dalla Provincia Autonoma di Trento (Deliberazione di Giunta Provinciale n. 1087 del 24/06/2016 – Linee guida per la caratterizzazione, l’analisi e la definizione dei criteri tecnici e gestionali per la mitigazione delle emissioni delle attività ad impatto odorigeno) e dalla Regione Piemonte (DGR n. 13 del 9/01/2017 – Linee guida per la caratterizzazione e il contenimento delle emissioni in atmosfera provenienti dalle attività ad impatto odorigeno).

La Regione Puglia, invece, ha emanato una specifica Legge Regionale n. 23/2015 nella quale vengono indicati sia i limiti di emissione, espressi in mg/m3 e basati sui valori di Odor Threshold, per un set di composti odorigeni, sia i limiti di concentrazione di odore, espressi in ouE/m3 e determinati con olfattometria dinamica, per le sorgenti diffuse (valore limite pari a 300 ouE/m3) e per le sorgenti puntuali (valore limite apari a 2000 (ouE/m3).


Magda Brattoli e Antonio Mazzone

Arpa Puglia

Cattivi odori, l’attività di Arpa Umbria

Quello degli impatti olfattivi è un tema sempre più sentito. Su questo fronte l’Agenzia ambientale umbra ha investito negli ultimi tempi sull’innovazione tecnologica: dall’olfattometria dinamica ai nasi elettronici, fino a una app a supporto delle indagini sociologiche.

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