8.000 km di costa italiana monitorata dalle Agenzie ambientali

coste

Da Ventimiglia in Liguria a Muggia in Friuli Venezia Giulia, sono circa 8.000 i km di costa italiana, spalmati su 15 regioni costiere; la superficie di mare antistante, molta di più. Le Agenzie per la protezione dell’ambiente, da aprile a settembre, effettuano almeno 4.866 campionamenti mensili per controllare la qualità delle acque di balneazione che, sulla base dei risultati analitici dei quattro anni precedenti, risultano buone o eccellenti nel 95% dei casi (report 2015 “Italian bathing water quality”). Questi dati costituiscono l’ossatura del “Portale Acque” del ministero della Salute, preludio all’invio dei dati in Europa:  l’Italia detiene circa il 25% delle acque di balneazione del Vecchio Continente.

Pur essendo fondamentale per il turismo tricolore, il controllo delle acque di balneazione è la classica punta dell’iceberg nel mare magnum delle attività che il Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente svolge sul e nel Mediterraneo.

Da quanto previsto con il “vecchio” monitoraggio 152/06 agli altri relativamente recenti aspetti introdotti dalla Marine Strategy: misure, campionamenti e analisi in colonna d’acqua a sui sedimenti, parametri chimico-fisici e microbiologici, micro e macro alghe, biocenosi di pregio e Posidonia oceanica. Il mondo Arpa-Ispra è in prima fila per studiare, tutelare e approfondire ad ampio spettro uno degli ambienti più vissuti, ma storicamente meno conosciuti: il nostro mare.

Nel 2010 l’Italia ha recepito la direttiva europea Marine Strategy e il Ministero, dopo una fase sperimentale, ha affidato direttamente alle Agenzie un monitoraggio strategico per tutto l’ambiente italiano.

«Ha rappresentato una svolta importante – spiega Carla Rita Ferrari, dirigente responsabile della Struttura oceanografica Daphne di Arpae – perché sono state assegnate risorse direttamente a chi è localmente operativo. Un investimento che sta portando all’omogeneizzazione delle procedure in tutto il paese; come Emilia-Romagna coordiniamo gli sforzi delle Agenzie dal Friuli Venezia Giulia alla Puglia. Lavoriamo su un mare (l’Adriatico) che, soprattutto nella parte alta e centrale, risente di notevole variabilità, essendo un bacino semichiuso con profondità molto bassa».

La Marine Strategy ha individuato nove moduli di indagini da portare avanti su tre sottoregioni italiane (oltre all’Adriatica, quella del Mediterraneo occidentale, e quella del Mar Ionio e Mediterraneo centrale), con nuovi settori di monitoraggio e una porzione più estesa di mare da controllare, fino alle 12 miglia: l’obiettivo, arrivare nel 2020 al buono stato ambientale per tutte le acque marine.

«Oltre allo studio degli aspetti critici – sottolinea Emilio Cellini, dirigente responsabile dell’Unità organizzativa Marine Strategy di Arpacalmettiamo in evidenza anche quelli positivi. La ricerca della biocenosi di pregio o di altri habitat di qualità, come il coralligeno, è un risvolto che per Sicilia e Calabria rappresenta motivo di orgoglio. Operiamo in colonna d’acqua fino a 100 metri, e se è vero che la biocenosi più pregiata si attesta intorno ai 50/60 metri, con i Rov – i Remotely Operated Vehicle – siamo scesi fino a 400».

Giudizio positivo condiviso sulla Marine Strategy anche da Rosella Bertolotto, dirigente responsabile dell’Unita tecnica complessa, comprendente il Centro Mare di Arpal, capofila per il Mediterraneo occidentale: “Sottolineo un concetto caro anche ai miei due colleghi  di Emilia-Romagna e Calabria, l’importanza del coordinamento e del gioco di squadra. Sarà banale dirlo, ma si è trattato di un ruolo nuovo, strategico. La Marine Strategy prende in considerazione, in maniera istituzionalizzata, aspetti fino a qualche tempo fa poco considerati, o trattati in maniera disomogenea. Basti pensare alle microplastiche e ai rifiuti spiaggiati. Abbiamo introdotto attività specialistiche, in alcuni casi avvalendoci anche delle competenze, dei mezzi e dell’esperienza di altri soggetti, come Ispra. Senza confronto, omogeneizzazione e dialogo non saremmo riusciti a costruire quanto fatto finora, che adesso deve essere reso stabile per il futuro, permettendo alla Agenzie di consolidare le competenze acquisite.”

Proprio il presidente dell’Istituto superiore per la ricerca e l’ambiente, Bernardo de Bernardinis, fornisce alcune indicazioni su come Snpa potrà approcciare al Mediterraneo e dare continuità a tutto il lavoro svolto dalle singole agenzie fino a questo momento.
«Il mare, da sempre ha attratto per suggestioni, anche paesaggistiche, ma che occorre anche considerare come elemento che gioca un ruolo fondamentale, oltre che per i traffici e la portualità, per altri aspetti fondamentali quali la regolazione del clima e il contributo alla biodiversità presente sul pianeta. Nel mare l’interazione tra le diverse matrici ambientali è continua, complessiva e non può essere trascurata.È solo considerandolo, monitorandolo e studiandolo olisticamente, con la sua natura unitaria e sistemica, che come Snpa potremo contribuire a tutelarlo ed essere quel punto di riferimento istituzionale cui ci si rivolge ogni qualvolta si ha necessità tanto di avere informazioni scientificamente fondate sul capitale naturale che Lui, il mare, ci mette a disposizione, quanto per identificare e valutare gli impatti che le nostra attività umane determinano su tale capitale. Quindi, il mare non va visto solo come acqua, fauna e flora ittica e quant’altro, ma, soprattutto dal nostro Sistema, nell’ambito della fascia costiera, là dove terre emerse e sommerse si incontrano, così come le acque salate marine e quelle dolci terrestri, dove la popolazione non solo residente cresce e la trasformazione del suolo naturale in artificiale continua a riproporsi annualmente con tassi di crescita a due cifre, dove l’ambiente urbano portuale e quello naturale marino cercano i nuovi equilibri. Tanto importante, che come Ispra abbiamo sentito la necessità di istituire un Centro nazionale dedicato. Come Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente non possiamo permetterci di voltare le spalle al mare per osservare solo la terraferma. Troppo spesso, nella nostra storia e a nostre spese, la Terra non ce lo ha perdonato. Dovremo invece essere e proporci come propulsori di attività e di conoscenze per la tutela ed un uso sostenibile delle nostre risorse marino-costiere, senza più chiuderci ognuno nei propri laboratori, nelle proprie conoscenze, competenze, capacità operative ma mettendole, appunto, a sistema anche per l’ambiente marino e quello di  transizione tra il mare e le terre emerse. È un nuovo modo di concepire e quindi di contribuire sia al governo del mare che alla gestione quotidiana delle sue risorse, nonchè dei territori e degli ambienti costieri, che porterà i frutti certi, nuovi e da tempo attesi al nostro Paese che –  non dobbiamo dimenticarlo – si affaccia sul mare con più di 8000 km di coste».