Ecoreati: una legge importante in una prospettiva di sostenibilità ambientale

Intervento del magistrato Cosimo Maria Ferri, sottosegretario alla Giustizia del Governo Renzi, sulle novità introdotte nell’ordinamento con la legge sugli ecoreati, e su alcuni aspetti applicativi di interesse per le agenzie ambientali.

La legge 22 maggio 2015, n. 68 ha segnato l’ingresso nel nostro ordinamento di una tutela ambientale ispirata ad un nuovo approccio culturale che – in base alla definizione offerta dalla Corte costituzionale e mutuata dalla Dichiarazione di Stoccolma del 1972 – considera l’ambiente come biosfera, un bene in relazione al quale la tutela si pone come salvaguardia delle qualità e dell’equilibrio dinamico delle sue singole componenti (territorio, paesaggio, ecosistemi e biodiversità).

L’Italia si è messa al passo con le indicazioni dell’Unione europea che con la direttiva 2008/99 ha invitato gli Stati membri ad adottare le misure necessarie per assicurare che i reati ambientali di maggiore gravità, tali cioè da poter arrecare danni rilevanti alle persone o alla qualità dell’ambiente, siano “puniti con sanzioni penali efficaci, proporzionate e dissuasive”. Per questo è stato introdotto uno strumento di tutela moderno, completo e più incisivo rispetto al passato.

Non dobbiamo infatti dimenticare che, prima dell’entrata in vigore della nuova legge, la quasi totalità degli illeciti ambientali era punita a titolo di illecito amministrativo o come reato contravvenzionale, con pene relativamente miti e soggette a elevato rischio di prescrizione. I casi più gravi non disciplinati (come è accaduto per il disastro ambientale) venivano sanzionati ricorrendo alla fattispecie del disastro innominato (art. 434 cp) con le note difficoltà ricostruttive sottolineate anche dalla Corte costituzionale, che con la sentenza n. 327 del 2008 esortò il legislatore a disciplinare espressamente le fattispecie di maggiore complessità di accertamento.

Con la nuova legge è stato tipizzato un ampio novero di fattispecie delittuose – dall’inquinamento ambientale al disastro ambientale – per punire, secondo una scala crescente di gravità, la compromissione o il deterioramento di singole componenti dell’ambiente fino all’irreversibile alterazione dell’equilibrio dell’ecosistema. L’ampliamento della sfera di protezione dell’ambiente si lascia apprezzare, altresì, per il fatto che le predette condotte sono punite, con pene ridotte, anche a titolo di colpa e di messa in pericolo a titolo di colpa.

L’obiettivo di rendere più adeguato il corredo sanzionatorio è stato raggiunto introducendo le nuove aggravanti della commissione dei reati ambientali in forma associativa (416 e 416bis) e dell’aggravante ambientale se un qualsiasi reato venga commesso allo scopo di eseguire un delitto ambientale; con la pena accessoria della incapacità di contrattare con la Pubblica amministrazione (Pa); con nuove sanzioni pecuniarie e misure interdittive a carico delle persone giuridiche per gli illeciti amministrativi dipendenti da reato ambientale.

Una novità di assoluto rilievo è quella che consente di colpire il prodotto o il profitto del reato con gli stessi mezzi adottati per il contrasto alla criminalità organizzata grazie all’introduzione di nuove ipotesi di confisca obbligatoria – e, ove non sia possibile, per equivalente – mentre per il disastro ambientale, anche se commesso in forma associativa, è ora ammessa come misura di prevenzione la confisca dei valori ingiustificati o sproporzionati rispetto al reddito.

Una tutela moderna dell’ambiente non può prescindere dalla valorizzazione dell’aspetto riparativo al fine di ricostituire le condizioni ottimali dell’equilibrio ambientale leso dal reato. In questo quadro la finalità recuperatoria è garantita sia dal giudice – che con la condanna per taluno dei nuovi reati ordina, appunto, il recupero e se possibile il ripristino dello stato dei luoghi a spese dell’imputato – sia incoraggiando con uno sconto di pena il ravvedimento del trasgressore che prima dell’apertura del dibattimento neutralizzi le conseguenze dannose o si adoperi per evitare che l’attività delittuosa venga portata a conseguenze ulteriori ovvero collabori con l’autorità giudiziaria.

E’ passato oltre un anno dall’approvazione della legge 22 maggio 2015, n. 68 e, come ci dimostra il rapporto 2016 di Legambiente, sono stati compiuti decisivi passi avanti sia in termini di diminuzione dei reati ambientali, sia nella lotta alle ecomafie nel solco del disegno unitario di contrasto alla criminalità organizzata che si completa con le riforme del caporalato e del settore dei reati agroalimentari.

Oltre alla concreta attenzione del Governo Renzi per la questione ambientale la nuova legge sugli ecoreati esprime la presa di coscienza della primarietà ed assolutezza dell’ambiente che oggi è un valore che funge da cornice entro cui collocare la tutela di altri interessi. Mi riferisco, in particolare, alla sostenibilità ambientale che si pone alla base del mutato rapporto tra ambiente ed economia dove il rispetto dell’ambiente diventa la condizione di uno sviluppo economico che sia compatibile con la limitatezza delle risorse per le generazioni future.

Del resto la green economy impone oramai di considerare, oltre ai benefici, anche l’impatto ambientale di una scelta produttiva proprio perché il danno ambientale non può essere più concepito come un comune costo da sopportare. Possiamo dire che la legalità delle scelte ambientali è diventata un valore per l’impresa: ciò accade per le società benefit introdotte dalla legge di stabilità 2016 che tra le finalità di beneficio comune annoverano l’azione responsabile e sostenibile anche nei confronti dell’ambiente.

Si stanno definendo le questioni problematiche emerse in sede di interpretazione della legge. E’ infatti del 3 novembre la prima sentenza con cui la Cassazione ha fissato importanti principi sugli elementi costitutivi del delitto di inquinamento ambientale chiarendo che la condotta è abusiva non solo se manca l’autorizzazione ma anche se la stessa sia proseguita con modalità incongruenti rispetto al titolo ovvero in contrasto con regole che tutelano interessi indirettamente incidenti sull’ambiente. La Suprema Corte ha poi stabilito che compromissione e deterioramento indicano rispettivamente un’alterazione funzionale o strutturale dell’ecosistema ancorché non irreversibile come è richiesto per il più grave reato di disastro ambientale.

C’è ancora da fare per perfezionare gli strumenti, già avanzati, di cui disponiamo per implementare le risorse da impiegare per la tutela dell’ambiente. In questo senso mi trova pienamente d’accordo la proposta di destinare i proventi delle oblazioni delle contravvenzioni ambientali di cui agli artt. 318-quater, comma 2, e 318-septies, comma 3, d. Lgs. 152/2006 come novellato dalla legge 68/2015 a favore dei ministeri a vario titolo coinvolti (Ambiente, Giustizia e Interno) nella procedura di ripristino delle conseguenze delle violazioni.

Cosimo Maria Ferri

[L’articolo è stato redatto dall’autore in data antecedente rispetto alle dimissioni del presidente del Consiglio Matteo Renzi.]

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