Tra dati aperti e mercato delle informazioni. Diritti dei cittadini e doveri della pubblica amministrazione

Intervento di Mauro Bompani (responsabile Area Comunicazione Arpae Emilia-Romagna) al seminario Comunicare l’ambiente all’epoca della conversazione sociale, Bologna del 29 settembre 2016.

L’epoca della conversazione sociale” non è dialogica e pacifica, secondo il significato illuministico del sostantivo e il suo etimo (trattenersi insieme con qualcuno: cum-versàri), ma è piuttosto conflittuale e i suoi attori raramente “si danno appuntamento”: nella rete e sui social chiunque può entrare ovunque, e senza bussare. Ed è assai discutibile che ciò possa essere definito “comunicazione” (il “cum” è associato al “munus”, cioè al dovere civico e sociale della parola condivisa). Anzi, spesso la rete e i suoi strumenti servono a fidelizzare le diverse comunità e ad armarle di argomenti contro le altre, in un prevalere di logiche agonistiche e di confronti a somma zero: l’esatto opposto della conversazione come arricchimento reciproco. 

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Come i “dati aperti” possono intervenire positivamente in questa situazione? Anzitutto, rendendo “contestabili” gli enti che propongono interpretazioni o sintesi informative dei dati rilevati. La ratio della politica dei dati aperti è quella di favorire il “governo aperto” (Open Government), cioè la partecipazione della società civile e delle comunità di cittadini informati alla formulazione delle politiche pubbliche. Quindi, un uso non conflittuale dei dati aperti presuppone un terreno comune di riconoscimento valoriale, una presa di responsabilità per il bene comune (il “munus”, appunto), il che – in ambito ambientale e in Italia – avviene nella minima parte dei casi.

Occorre opporsi all’opposizione tra sottovalutazione del sapere diffuso (diciamo, della galassia della Citizen Science) da parte della Pubblica amministrazione e all’opposto della sfiducia nella Pubblica amministrazione, della quale si nega la terzietà, come spesso si sostiene nell’ambito delle comunità di cittadini impegnati. Senza questo approccio di riconoscimento reciproco, viene meno la praticabilità dell’obiettivo Open Government.

In questa prospettiva occorre che si distinguano le diverse forme di utilizzo della rete come produttrice di conoscenze – che vanno dalla possibilità unica e straordinaria, di monitoraggio e sorveglianza territoriale (emergenze ambientali, epidemie, disastri naturali, ecc.) – all’elaborazione dei dati aperti primari per produrre modelli, statistiche, conoscenze scientifiche, il che però richiede di essere a propria volta sottoposti a test di controllo e verifica scientifica.

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Su questo terreno, della produzione di informazioni e dell’innesco di attività comunicative, si giocano il confronto e anche l’opposizione tra diversi utilizzi dei dati. La Pubblica amministrazione è uno dei soggetti elaboratori, “alla pari” degli altri che competono sul piano della diffusione delle elaborazioni (siti, social, app ecc.).

I dati originari dunque NON sono comunicazione, ma pre requisito di essa, semplici condizioni igieniche per essa. È vero che i dati aperti “aprono archivi”, consentono di leggere meglio argomenti e territori. Però, ognuno poi fa per sé, aggrega e pubblica come meglio crede. I dati aperti sono “liberali” o liberisti, non sono democratici, sono un po’ una festa per gli animal spirits concettuali e conoscitivi.

Il cambiamento più difficile da fare non è dunque tecnologico, ma culturale.
L’opposizione tra “fatti duri” e “interpretazioni” è povera concettualmente e contribuisce all’assenza del dialogo, spostando il terreno del confronto dalle costruzioni sistemiche e politiche a quello della legittimazione dei soggetti e dei dati prodotti.

A partire dai dati aperti si lotta, non si converge. A meno che non si sia dentro una medesima costellazione interpretativa, dentro un ambiente logicamente condiviso e soprattutto fiduciario, emotivamente scarico di tensioni conflittuali e relazionali.

Mauro Bompani, responsabile Area Comunicazione Arpae Emilia-Romagna

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