Una società basata sull’economia circolare richiede cambiamenti radicali

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Creare una società basata sull’economia circolare richiede cambiamenti radicali, e per la sua complessità, questo mutamento ha, e avrà, bisogno del coinvolgimento di tutte le parti interessate: i governi, le imprese, la finanza e la società civile. Alcune riflessioni a partire dal diverso paradigma economico proposto dalla fondazione Ellen McArthur.

L’economia circolare rappresenta un’alternativa all’economia definita “lineare” che è oggi in uso. Quest’ultimo modello presuppone che le risorse naturali siano in eccedenza, facili da reperire e disponibili a basso prezzo.

La fondazione Ellen McArthur, che, tra le prime, ha sostenuto e sostiene questo diverso paradigma economico, definisce l’economia circolare come quella in grado di “ristorare”, ovvero attraverso la quale si mantiene l’utilità dei prodotti, dei componenti e dei materiali, mantenendone il valore intrinseco. In questo modo si minimizza il bisogno di nuove richieste di materiali vergini ed energia e, al contempo, si riducono le pressioni ambientali legate all’estrazione di risorse, alle emissioni in atmosfera ed alla produzione di rifiuti.

Oggi il concetto di economia circolare, che risale agli anni 70, è tornato fortemente in auge con la comunicazione della Commissione europea Verso un’economia circolare: programma per un’Europa a zero rifiuti.

Le proposte della Commissione europea sono state valutate dal Parlamento italiano, che, unico in Europa, le ha sottoposte a una consultazione pubblica tra il 1° febbraio e il 1° aprile 2016. Il fine della consultazione, come ha ricordato il presidente del Senato, è stato quello “di rappresentare gli interessi nazionali nell’ambito del dialogo politico e nel processo decisionale europeo, con particolare riferimento al tema dell’economia circolare, che mira a sviluppare un modello produttivo nel quale le risorse vengono utilizzate da imprese e consumatori in modo più sostenibile, mantenendo quanto più a lungo possibile il valore dei prodotti, dei materiali e delle risorse e riducendo al minimo la produzione dei rifiuti”.

L’idea è stata apprezzata e definita best practice dal commissario europeo per l’ambiente.  Il lavoro si è articolato in audizioni, ne sono state fatte complessivamente 21, e nella somministrazione di questionari (domande con risposta aperta) sui cinque documenti che compongono il pacchetto. Università, centri studi, consorzi, federazioni di categoria, associazioni di consumatori, imprese private sono i soggetti che hanno preso parte, rispondendo al questionario online.

La consultazione ha messo in evidenza diverse problematiche, ma 3 punti sono stati ritenuti particolarmente critici:

  • poca chiarezza sulla definizione di rifiuti urbani, sottoprodotti ed end of waste

  • poca chiarezza sul ruolo dei soggetti coinvolti nell’economia circolare, sulla definizione di responsabilità estesa del produttore e costi di gestione

  • poca attenzione alla raccolta differenziata, che non viene resa obbligatoria.

Il recupero del materiale rimane fondamentale per l’economia dell’Europa, che ha scarse materie prime, ma per rendere l’economia circolare un volano di ripresa, è necessario che il quadro normativo risulti al passo con i tempi e il recupero di materia divenga trasversale a diversi comparti e non si limiti alla filiera della raccolta, gestione e smaltimento dei rifiuti.

Appare importante, allora, ragionare in termini di distretti industriali, la potenzialità della raccolta differenziata, come strumento, e dell’economia circolare, come risultato, è legata alla presenza di distretti, ovvero insieme d’ imprese in grado di re-impiegare i rifiuti.

Per affrontare questa sfida, bisogna non perdere di vista alcuni aspetti:

  • avere buoni impianti, che nel nostro territorio sono un buon numero ma risultano obsoleti, non in grado di affrontare le sfide dell’economia circolare

  • azzerare l’utilizzo della discarica come destinazione finale dei nostri rifiuti, ormai è dimostrato che la raccolta differenziata è alta dove l’utilizzo della discarica si avvicina allo zero

  • avere imprese di medio-grandi proporzioni in grado di affrontare investimenti in ricerca per capire come recuperare i materiali ed i loro sbocchi di mercato

  • pensare anche a un sistema di finanziamento, anche attraverso i fondi strutturali europei, che aiuti le imprese ad investire in ricerca ed innovazione

  • prevenire la produzione di rifiuti, pensando, ad esempio, a un packaging ad alta riciclabilità

  • imporre ai Comuni precisi obblighi di riciclo, non un semplice obbligo di organizzare la raccolta dei rifiuti urbani in modo differenziato

  • sensibilizzare gli enti pubblici, attraverso il Green Pubblic Procurement, all’acquisto di materiali “riprodotti”

  • semplificare e rendere chiara la normativa che disciplina il settore dei rifiuti, delle materie prime seconde, dell’end of waste, della responsabilità del produttore.

In sostanza, si tratta di affrontare non solo argomenti di politica ambientale, ma di ragionare in termini di nuove politiche industriali.

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