Comunicare i dati scientifici: problemi e opportunità

Intervista a Liliana Cori (Istituto di Fisiologica clinica del Cnr di Pisa), secondo cui “La comunicazione è far circolare fatti, idee e promuovere la “contaminazione”, non quella inquinante ma quella che arricchisce e mescola le competenze.”

Liliana Cori, laureata in lettere con indirizzo antropologico, si definisce una knowledge broker. Attualmente si occupa di pianificazione e gestione di progetti e supporto alla comunicazione della ricerca nella Unità di ricerca Epidemiologia ambientale e registri di patologia dell’Istituto di Fisiologia clinica del Cnr a Pisa. Si è occupata nella sua carriera: di campagne di informazione e advocacy nel campo dell’ambiente e dell’economia, per conto di Organizzazioni Non Governative; di gestione di progetti su ambiente e salute finanziati dai fondi strutturali europei per il ministero dell’Ambiente; di relazioni internazionali per l’Agenzia nazionale protezione ambientale, oggi Ispra.

È abbastanza generalizzata una sostanziale sfiducia nei confronti delle istituzioni pubbliche, anche verso enti tecnici e scientifici come possono essere le Arpa o gli istituti del Cnr. Come è possibile comunicare dati e informazioni scientifiche in questo contesto sociale?

Rimaniamo ai fatti: la sfiducia è spesso legata a fatti negativi o a nessun intervento in caso di problemi. Purtroppo i fatti negativi si ricordano più a lungo e la sensazione di aver subito un’ingiustizia mina la fiducia in modo profondo. In più, oggi circolano così tante notizie, anche false, che vengono ritenute vere, e resistono nel tempo e nella immensa rete della connessione perpetua. Anche in questo caso le ricette vanno sempre “assaggiate” per apportare i miglioramenti necessari nel tempo, ma bisogna partire dalla trasparenza, dall’onestà intellettuale e darsi tempo.

C’è una parola che io preferisco e su cui mi soffermo molto volentieri: l’accountability delle pubbliche amministrazioni. Si può tradurre come “dovere di dare conto”, ed è un termine quanto mai sconosciuto nel nostro paese. Ma ci sono molti modi per provare ad applicarlo, soprattutto se i cittadini sollecitano, e significa essere trasparenti, spiegare e motivare le scelte, attribuire le responsabilità in modo corretto, riuscire a discutere quando è necessario.

Il lavoro che fa Arpa Toscana in questo senso è utile e fondamentale, perché è possibile sul vostro sito consultare molte informazioni, date in maniera comprensibile e continuativa.

I cittadini sono sempre più preoccupati degli impatti sull’ambiente, e soprattutto sulla salute, degli impianti industriali e di trattamento dei rifiuti. Sulla base delle sue esperienze, quali sono le possibili strade – in termini di comunicazione – che si dovrebbero seguire per affrontare queste tematiche?

Non è facile comunicare quando ci sono pregiudizi consolidati, e spesso il primo problema e accordarsi sui fatti. Sembra incredibile, ma in genere i ricercatori pensano per prima cosa a spiegare le incertezze dell’associazione tra esposizione ambientale e malattia, e a volte si fermano a quello, mentre bisogna partire da un esame più ampio e capire perché vengono scelte alcune tecnologie e non altre, quali sono i bisogni e i problemi associati. La discussione su quanti rifiuti vengono prodotti, le proiezioni nel futuro, le quote di raccolta differenziata che si possono credibilmente ottenere è la più delicata e necessaria.

I rifiuti infatti (quelli domestici e anche le fognature) riguardano tutte le persone in prima persona: è automatico il desiderio di liberarsene allontanandoli, e c’è al fondo un senso di colpa per averli prodotti e sapere che si continuerà a farlo. Ci vuole un tavolo su cui poter allineare tutte le informazioni: sugli impianti in se stessi, su cosa entra, cosa esce, quali sono le evidenze scientifiche.

Sono tutti elementi dinamici, che dipendono anche dal coinvolgimento dei cittadini, che possono fare molto per orientare in modo diverso raccolta, smaltimento e destino dei rifiuti. Il recente caso di Arezzo, che durante lo sviluppo di un progetto Life ha deciso di non aumentare la capacità di smaltimento del locale inceneritore, è significativa in questo senso. I danni sulla salute continuano ad essere studiati, e nessuno può affermare in buona fede che esista un rischio zero.

Ho seguito un ennesimo recente scontro sul tema (posizioni di: Società italiana di igiene, medicina preventiva e sanità pubblica, Associazione dei medici per l’ambiente, Istituto superiore di sanità), che testimonia la difficoltà a parlarsi tra esperti. Tornando alla domanda precedente è chiaro che quando emergono discussioni tali da arrivare alla contrapposizione tra esperti i cittadini non sanno di chi fidarsi.

Su impianti industriali diversi dalla gestione di rifiuti i ragionamenti possono essere analoghi: conoscere e discutere sul contesto in cui si cala un impianto, conoscere i dati sulla salute delle comunità e sulle migliori tecnologie per l’abbattimento degli inquinanti.

La comunicazione è far circolare fatti, idee e promuovere la “contaminazione”, non quella inquinante ma quella che arricchisce e mescola le competenze.

Le agenzie ambientali sono enti tecnici, i temi da loro trattati hanno una complessità̀ non facile da rendere comprensibile a tutti. Quali suggerimenti può dare ai comunicatori delle agenzie ambientali?

Proprio la posizione di ente tecnico fornisce un ruolo molto privilegiato, anche se il comunicatore deve essere fedele ad un mandato e ai suoi compiti, può sempre avanzare proposte e arricchire il quadro delle conoscenze degli attori in campo. Come dicevo sopra il mondo scientifico può imparare a ragionare meglio sui fatti, e un’agenzia tecnica è strategica in questo senso.

Il comunicatore ha la responsabilità di conoscere elementi di etica e di avere la possibilità di riconoscere i diversi ruoli degli attori in campo. Sapere la differenza tra informazione (a senso unico), comunicazione (bidirezionale e interattiva) e partecipazione (che prevede azioni e presa di decisioni nel merito delle questioni) significa poter aiutare il confronto, semplificare le informazioni, individuare le differenze tra gli attori in campo in termini di potere, talvolta mediare in situazioni difficili offrendo la possibilità (o pretendendo) che gli attori si rispettino a vicenda e riescano a interagire.

Come dicevo sopra il vostro lavoro comunicatori di ARPA Toscana è molto prezioso, anche perchè pensate in modo sistematico alla valutazione dei vostri interventi di comunicazione e al loro impatto.

Le agenzie ambientali, fra i loro compiti istituzionali, hanno quello di raccogliere, organizzare e diffondere i dati ambientali. Che impressione ha della situazione esistente in tal senso e cosa dovrebbero invece fare le agenzie ambientali?

Ci sono molti utili strumenti, e le Agenzie rispecchiano in diversi modi le differenze del territorio italiano. Non credo si possano irrigidire e unificare gli strumenti di comunicazione, ma certo valorizzare le esperienze di successo e moltiplicarle, e credo che nei prossimi anni anche la riforma nazionale delle agenzie avrà un ruolo in questa direzione. Le agenzie dovrebbero avere un coordinamento comunicativo, e collegarsi a doppio filo con i comunicatori europei nello stesso ambito e con quelli dell’Agenzia Europea per l’ambiente.

Non possiamo pretendere che tutti imparino l’inglese con un clic, soprattutto in tempi di brexit, ma circolano così tanti progetti e iniziative che rischiamo di perderci per strada i nativi digitali e un bel pezzo di mondo che sull’ambiente e la sostenibilità sta investendo e preparando il futuro. I comunicatori devono raccontarci insieme il territorio e il mondo grande, che lo guarda e lo apprezza sempre di più.

Altre risorse:

Le esperienze di comunicazione scientifica maturate con il progetto “Gioconda”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *