Finalità, caratteristiche e limiti del monitoraggio della qualità dell’aria

A Guido Lanzani, responsabile dell’Unità organizzativa che si occupa in Arpa Lombardia del monitoraggio della qualità dell’aria abbiamo posto alcune domande per capire finalità, caratteristiche e limiti di questa attività, e rispondere anche ad alcuni quesiti che spesso riceviamo da cittadini e operatori dell’informazione.

Nel periodo invernale, capita spesso di imbattersi in articoli o servizi sulla qualità dell’aria delle nostre città. Sono di frequente corredati da tabelle con classifiche e numeri, che fanno riferimento alle misure delle reti di rilevamento. Ma qual è la finalità delle reti di monitoraggio delle agenzie ambientali? E quale il significato di tutti questi numeri?

Le misure in siti fissi sono finalizzate alla valutazione della qualità dell’aria ambiente, in primis come informazione di base per individuare la necessità di provvedimenti utili a contrastare l’inquinamento atmosferico.
Va però subito sgombrato il campo da un malinteso: la singola stazione, non fotografa di per sé i livelli di inquinamento atmosferico presenti nei confini del Comune in cui è posta. La misura in un punto ha, contemporaneamente, un significato più limitato e uno più ampio. Più limitato perché le concentrazioni degli inquinanti, non sono uniformi sul territorio ma possono variare molto.
Più ampio, perché – se ben posizionate – le misure descrivono non solo la situazione in cui sono poste (ad es. la strada davanti alla centralina), ma tutte le realtà simili che è possibile trovare nella zona a cui la stazione appartiene, anche di Comuni diversi (ad es. tutte le strade con livelli di traffico simili).

In base a cosa viene deciso il numero e la localizzazione delle centraline? Come si può dire che siano rappresentative dell’esposizione della popolazione?

Il numero delle stazioni da installare in una zona è definito dalla norma in base alla popolazione e ai livelli di inquinamento presenti.
Per quanto riguarda la localizzazione, è importante che le stazioni in una determinata zona siano in grado, nell’insieme, di rilevare sia l’inquinamento medio a cui la popolazione è esposta sia i valori di picco a cui la popolazione può effettivamente essere esposta per un tempo significativo (non i valori peggiori in assoluto).
L’insieme dei siti scelti deve essere rappresentativo delle realtà più diffuse, andando a coprire tutto lo spettro delle situazioni possibili. È in questo senso che i siti fissi permettono una valutazione dell’esposizione media della popolazione, per quanto approssimata.
D’altra parte, devono essere seguiti criteri di efficienza, economicità ed efficacia. Avere più stazioni che nella stessa zona, in situazioni simili (ancorché in Comuni diversi), misurano valori sovrapponibili è poco utile ad indirizzare le azioni di risanamento e rappresenta, di fatto, un inutile spreco di risorse.

Che differenza c’è tra una stazione di fondo e una da traffico? Quale tipologia è più adatta a valutare l’esposizione?

La norma definisce di fondo le stazioni non direttamente influenzate da una sorgente specifica e da traffico quelle prevalentemente influenzate da tale sorgente. Essendo il traffico storicamente una delle sorgenti più importante di inquinamento, per di più emesso ad altezza limitata, le stazioni da traffico sono in generale anche quelle con i valori più alti, almeno per gli inquinanti primari. Le stazioni di fondo sono normalmente posizionate in modo da essere più vicine al mix medio di inquinanti presenti in un’area. Rappresentano quindi meglio i livelli medi che respira la popolazione, che tipicamente si muove, sta per qualche tempo in prossimità della strada, ma poi vive normalmente più lontano. Ciò nonostante, è corretto fotografare tutto l’intervallo di valori a cui almeno una parte delle persone è soggetta per un tempo sufficientemente lungo.

Cosa viene fatto in Europa?

La normativa di riferimento è la stessa in tutta Europa. In Italia, in alcune aree storicamente fu installato un numero di stazioni elevato, superiore a quanto richiesto poi dalle direttive, in particolare in siti da traffico. Però, con l’introduzione del programma di valutazione (ex Dlgs 155/2010) che definisce il numero di stazioni necessario e sufficiente, in molte regioni questa sproporzione si è ridotta.

In questo contesto come vanno interpretati i tentativi sempre più diffusi di mettere in campo sistemi “integrativi” / “alternativi” di misurazione dell’inquinamento atmosferico che vedono una partecipazione diretta dei cittadini?

A mio parere tutto ciò che va nella direzione di un maggiore coinvolgimento della popolazione è positivo. Quindi, ben vengano iniziative che facciano sentire il cittadino partecipe. Tra l’altro, oltre che per le scelte individuali, l’attenzione dell’opinione pubblica è importante per appoggiare le scelte, non sempre facili, che i decisori devono prendere per migliorare la qualità dell’aria. Ciò detto, al di là dell’accuratezza di questi sistemi di misurazione, non sempre confrontabile con quella della strumentazione fissa, ci si deve interrogare sull’utilità di conoscere la distribuzione dell’inquinamento atmosferico strada per strada o casa per casa. Se esiste un problema specifico (es. un canyon urbano particolarmente trafficato, una sorgente industriale incontrollata, combustione incontrollata di rifiuti all’aperto ecc.), va risolto agendo sulla causa, non tanto aumentando i punti misura. Per il resto, a mio avviso, sono sufficienti pochi punti di misura per sapere se sia o meno necessario ridurre le emissioni – ad esempio da traffico (in tutta la zona, non solo in una sola via).

Sulla base dei dati delle reti di rilevamento è possibile fare un bilancio dell’anno 2016?

Ispra, a cui rimando per maggiori dettagli, cura la raccolta dei dati di qualità dell’aria misurati dalle Arpa regionali. In ogni caso, dai dati sin qui disponibili emerge che, in generale, anche durante l’estate del 2016 l’ozono ha fatto registrare valori spesso ben superiori agli obiettivi previsti dalla norma.
Il particolato, se valutato su base pluriennale, mostra un trend in diminuzione.
D’altra parte, il limite sulla media giornaliera non è rispettato in molte città: se è vero che i 73 giorni sopra i 50 µg/m3 del 2016 a Milano sono circa la metà di quelli di 10 anni prima, sono ancora più del doppio del limite. Che la strada per il particolato sia ancora lunga, del resto, è evidente anche rispetto agli standard previsti dalle linee guida dell’Oms, superati nella maggior parte delle stazioni italiane.

Anche per l’NO2, i superamenti del limite normativo sulla media annua (che in questo caso coincide con quanto previsto dall’Oms) sono frequenti, soprattutto nelle stazioni da traffico. Preoccupanti anche i superamenti del valore obiettivo del benzo(a)pirene in diversi siti, soprattutto in presenza di sorgenti industriali o ove è più diffuso l’uso della legna per riscaldamento domestico.

Ha parlato di limiti previsti dalla normativa italiana ed europea e standard raccomandati dall’Organizzazione mondiale della sanità (OMS). Ma quali sono le relazioni tra questi parametri?

Per alcuni inquinanti i limiti normativi coincidono con gli standard previsti dall’Oms (ad es. per la media annua dell’NO2), mentre per altri l’Oms è molto più restrittiva (per il particolato lo standard previsto per la media annua è pari ad es. a 20 µg/m3, contro i 40 µg/m3 della normativa). Va però rilevato che la finalità delle due metriche è ben diversa. L’indicazione dell’Oms è sicuramente il valore a cui tendere per salvaguardare la salute. D’altra parte, la norma prescrive limiti cogenti che, nel tempo, vanno adeguati agli standard Oms, ma sul breve periodo devono essere sostenibili: per legge si possono prevedere le migliori cure, ma non si può chiedere la guarigione immediata.

Ma quali sono le cause del ripetersi di situazioni di emergenza smog nei mesi invernali in alcune zone del paese?

L’orografia di alcune aree del territorio, in particolar quella del bacino padano, porta a condizioni meteorologiche spesso sfavorevoli alla dispersione degli inquinanti, determinandone un accumulo progressivo. Il ristagno favorisce anche la formazione di particolato secondario. Le concentrazioni di PM10 e PM2.5 possono quindi raggiungere valori molto superiori ai limiti previsti dalla normativa e, a maggior ragione, ai parametri suggeriti dall’Oms.
I valori raggiunti si mantengono poi fino a quando le condizioni meteorologiche cambiano, permettendo il ricambio della massa d’aria e l’abbattimento del particolato.

Sono utili in questi casi le misure emergenziali? Quali sono le misure strutturali necessarie?

Ben vengano durante gli episodi acuti anche azioni emergenziali, che riducano per quanto possibile i picchi, soprattutto se si tratta di interventi che non è sostenibile attuare in modo duraturo. La lotta all’inquinamento atmosferico va però perseguita innanzitutto con azioni strutturali che nel tempo riducano sia l’esposizione media della popolazione sia la frequenza e la durata di tali episodi.

I piani regionali definiti da molte regioni individuano un set di azioni prioritarie. In questa sede, credo sia importante soprattutto sottolineare che non esiste un singolo intervento risolutore. Si deve agire su tutti settori, sapendo che il traffico continua ad essere una sorgente di particolare rilievo; che la combustione della legna può essere un problema in molte zone, per cui deve essere perseguito il miglioramento tecnologico di stufe e caminetti; che le migliori tecnologie devono essere applicate anche all’ambito industriale, considerato che in alcuni casi ha un impatto ancora molto rilevante; che attenzione va data infine al comparto agricolo, che contribuisce sicuramente alla formazione di particolato di origine secondaria.

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