Fra cittadinanza attiva e data journalism

Intervista a Rosy Battaglia, fra i fondatori del sito Web Cittadini reattivi, un esempio di citizen journalism che si occupa di temi ambientali “caldi”, quali le bonifiche dei siti contaminati, l’amianto ecc.

Rosy Battaglia è fra i fondatori del sito Web Cittadini reattivi, un esempio di citizen journalism che si occupa di temi ambientali ‘caldi’, quali le bonifiche dei siti contaminati, l’amianto, ecc. Le piace definirsi una “redattrice civile”. Ha svolto un lavoro duro e articolato sull’amianto e più in generale sui siti contaminati. Lo fa da anni, sollecitando i cittadini a monitorare i territori in cui vivono e a condividere le informazioni. Ha dato luogo a un’inchiesta innovativa che ha integrato il lavoro giornalistico tradizionale con gli strumenti del data journalism per misurare davvero quanto è vasto e capillare il problema, e ha mappato i 38mila siti contaminati censiti dal Ministero dell’Ambiente.

A Rosy Battaglia abbiamo proposto alcune domande.

Nella tua esperienza in cosa consiste il citizen journalism?
Con l’avvento dei social media e dei nuovi mezzi digitali ognuno di noi può narrare, fotografare, condividere informazioni. Siamo tutti citizen journalists nel momento in cui narriamo attraverso i social media un evento o un fatto pubblico. Io in realtà mi occupo di giornalismo civico o meglio di quello che gli americani definiscono “civic journalism” o “pubblic journalism“, giornalismo nel pubblico interesse che vede giornalisti e cittadini non spettatori dei processi sociali ma attori. Il ruolo del giornalista è ancora presente ma in stretto ascolto con le comunità di riferimento, producendo, selezionando e curando notizie in modo accurato e indipendente.

Come è nata e si è sviluppata l’iniziativa “cittadini reattivi”:
Cittadini Reattivi è il titolo dell’inchiesta ad alto impatto civico e sociale che ha vinto nel 2013 il grant messo in palio da Fondazione Ahref. L’idea è nata dal bisogno di poter sviluppare un progetto di informazione partecipata sul problema dell’impatto ambientale e sanitario dei siti contaminati e di narrare al contempo l’impegno di cittadini, amministratori e medici che non si sono rassegnati a vedere un territorio oltraggiato e a subire gli effetti dell’inquinamento sulla salute così come avevo visto fare a Brescia, in valle Olona, Turbigo e nella Valle del Sacco. Ma non solo l’esigenza, da giornalista sociale era anche quella di diffondere buone pratiche di partecipazione civica al processo di restituzione agli usi di beni comuni, come sono acqua e terra, non solo attraverso la protesta e il conflitto ma anche attraverso lo sviluppo di nuove pratiche di monitoraggio civico.

Il mio sogno, parzialmente realizzato era poi quello di poter rendere queste informazioni disponibili ed aggiornabili nel tempo sia sulla piattaforma web che sui Social Network e sondare attraverso il crowdmapping la reale consapevolezza dei cittadini sui siti contaminati in Italia, oltre 15 mila e i siti di interesse regionale e nazionale secondo i dati della Relazione della Commissione di Inchiesta sul traffico dei Rifiuti del 2012.

L’esperimento in parte ha funzionato e mi ha permesso poi di sviluppare altre inchieste di taglio nazionale, pubblicate su “La nuova Ecologia”, Veleni Occulti, Nòva Il Sole 24 ore “Trasparenza civica per le bonifiche” fino al progetto sull’impatto dell’amianto coordinato da Guido Romeo su Wired, insieme ai colleghi Gianluca De Martino e Davide Mancino “Il prezzo dell’amianto” vera inchiesta data driven on the road.

E’ cronaca quotidiana il proliferare di contestazioni/conflitti ambientali. Impianti, di smaltimento di rifiuti, di produzione energetica, infrastrutture di mobilita’, esistenti o in progetto sono gli oggetti di queste situazioni. Si ha l’impressione che non sia possibile realizzare piu’ niente. E’ cosi’, quale dovrebbe essere la strada da seguire?
Io inviterei tutti gli attori responsabili della trasformazione dei nostri territori a guardare cosa succede all’estero ad esempio in Francia con il debat public, dove le istituzioni pongono per prime alle comunità informazioni precise e invitano i cittadini alla progettazione partecipata o su quanto documentato da ricercatori di tutto il mondo con il progetto Ejolt osservatorio e centro di documentazione non solo dei conflitti ambientali ma della ricerca di giustizia sociale da parte delle comunità. Dal mio osservatorio, come ho denunciato nelle mie inchieste il conflitto ambientale nasce molto spesso non come “sindrome nimby” ma da una richiesta di giustizia e sempre più spesso da mancanza di trasparenza, comunicazione ai cittadini e alle comunità interessate. Comunità che ormai stanno pagando sulla loro pelle che cosa vuol dire una cattiva gestione dell’ambiente. Pensiamo alla Terra dei Fuochi, a Brescia, a Taranto, a Brindisi.

Con Cittadini reattivi e le mie inchieste abbiamo documentato ampiamente come molto spesso le proteste avevano giusto fondamento. E dove i cittadini hanno raggiunto consapevolezza e acquisito nuovi strumenti sono loro a spingere le istituzioni a bloccare impianti nocivi per la salute dei cittadini (vedi ad esempio il caso Elcon nell’area Ex-Montedison a Castellanza) o a ricordare alla magistratura che qualcosa non va (vedi Vie d’Acqua Expo e terreni contaminati)

Nella tua esperienza in cosa consiste il data journalism?
Il data journalism o giornalismo di precisione verifica i fatti attraverso i dati, e viceversa. È partire dai numeri per descrivere un fenomeno che poi deve avere una corrispondenza nella realtà. Per questo penso che occorra sapere interpretare i dati e comprendere le storie che si nascondono attraverso i numeri. È la sfida per poter realizzare informazione attendibile, non allarmistica, ma in grado di descrivere esattamente ciò che succede. Ciò è tanto più necessario nel giornalismo ambientale e civico.

Hai collaborato alla realizzazione di una mappa interattiva dei dati relativi all’amianto, vuoi parlarcene?
Il prezzo dell’amianto è il titolo dell’inchiesta data driven (guidata dai dati) realizzata insieme a Guido Romeo di Wired, Davide Mancino e Gianluca De Martino uscita su Wired di aprile 2015 e online con un portale dedicato con la mappa interattiva dei siti contaminati e quella epidemiologica sui casi di mesotelioma per provincia (dati ISTAT).

Il tema dell’amianto è stato subito presente dal debutto di Cittadini Reattivi. L’8 aprile 2013 ero a Casale Monferrato ad assistere alla presentazione del Piano Nazionale Amianto voluta dal Ministro Balduzzi. Ed è proprio davanti alle mappe ministeriali che hanno cominciato a sorgere le prime domande ( e i primi dubbi) culminati a giugno 2014 con la prima richiesta di accesso ai dati fatta al Ministero dell’Ambiente, dove abbiamo poi constatato che i dati erano purtroppo incompleti. Da lì un anno fa è partito il lavoro vero e proprio di inchiesta, culminato con la liberazione dei dati di mappatura in open data di regione Piemonte a giugno 2015 e con i dati parziali a maggio 2015 da parte di regione Lombardia.

Ma quello che è emerso dall’inchiesta e dagli articoli di approfondimento pubblicati su Wired manca un coordinamento del problema amianto a livello nazionale, l’attuazione del Piano Nazionale e le regioni per prime hanno grosse mancanze, vedi l’enorme ritardo del recepimento dei PRA e la loro attuazione, come anche la regione Toscana sa bene. Ad oggi dopo 23 annni dalla legge che ha bandito l’amiantononostante ARPA, ASL, INAIL e Ministero dell’Ambiente abbiano come obbiettivo la mappatura e l’individuazione dei siti più contaminati a cui destinare le risorse per le bonifiche, non sappiamo con precisione dove siano gli oltre 300 siti contaminati a rischio 1 ad esempio, o i siti industriali.

Le agenzie ambientali, fra i loro compiti istituzionali hanno quello di raccogliere, organizzare e diffondere i dati ambientali. Che impressione hai della situazione esistente in tal senso?
La sensazione è purtroppo, di grande arretratezza e mancanza di volontà politica nel voler davvero diffondere i dati ambientali. Ci sono dati disponibili e non accessibili e dati che i cittadini e le amministrazioni richiedono che non lo sono. Tutto questo ha portato ad una “bad reputation” di molte agenzie ambientali, una volta viste come paladine della tutela dell’ambiente da parte delle popolazioni, oggi visti come spettatori del degrado dei territori.

Cosa dovrebbero fare le agenzie ambientali in materia di diffusione dei dati ambientali?
Lo sforzo dovrebbe essere quello sia di ARPA che di tutti gli Enti di controllo di attenersi alla legge 195/2005. Lavorare ad uniformare le banche dati e anche i siti istituzionali delle ARPA per permettere una facile consultazione e una condivisione dei dati. Renderli accessibili attraverso siti web che corrispondano ai criteri di trasparenza dettati dal decreto 33/2013. Utilizzare i social network principale fonte di informazione (pensiamo solo a Facebook) per milioni di italiani.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *