Giornalismo e ambiente, parla il segretario generale della Fima

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Abbiamo proposto alcune domande a Marco Fratoddi, direttore di La Nuova Ecologia e segretario generale di Fima; insegna Scrittura giornalistica, con particolare attenzione alla notizia ambientale, e Teoria e tecnica dei nuovi media presso l’Università degli Studi di Cassino. Fa parte della Segreteria nazionale di Legambiente e di Stati generali dell’innovazione dove si occupa di ambiente e comunicazione. Suo il blog www.giornalismoambientale.it.

Il contributo si aggiunge alle interviste precedentemente realizzate in tema di conflitti ambientali e processi partecipativi.

Dal suo punto di vista di professionista della comunicazione, cosa si aspetterebbe dalla comunicazione di un’Agenzia regionale per la protezione ambientale?

Mi aspetterei tempestività rispetto agli eventi di cronaca e disponibilità al dialogo e all’approfondimento, inoltre un’ampia base di dati accessibili sui diversi settori d’intervento. Spetta però anche ai giornalisti scoprire i servizi e le potenzialità delle Agenzie per valorizzarne al meglio i servizi ed il patrimonio che contiene. E poi mi incuriosisce anche sapere… che cosa si aspetta l’Arpa da un professionista della comunicazione?

Le Agenzie ambientali, fra i loro compiti istituzionali, hanno quello di raccogliere, organizzare e diffondere i dati ambientali. Che impressione ha della situazione esistente in tal senso e cosa dovrebbero invece fare le agenzie ambientali?

Mi sembra che la situazione sia a macchia di leopardo, alcune Arpa sono ben attrezzate allo scopo e vanno incontro ai bisogni dei cittadini, coinvolgendoli nella produzione del dato, altre dovrebbero rafforzare la propria missione garantendo anche maggiore autonomia e indipendenza nei controlli. Penso che la riforma appena approvata possa garantire l’obiettivo di una maggiore uniformità nella sicurezza ambientale. Aggiungo che i dati, oltre a diventare pubblici e open, vanno resi intelligibili e utili per le comunità, perché acquisiscano consapevolezza sul diritto di conoscere le condizioni dell’ambiente e di vivere in un ambiente sano. Questa missione mi sembra particolarmente importante verso i cittadini immigrati che soffrono peraltro problemi di alfabetizzazione ma che possono dare un importante contributo alla qualità urbana, come dimostra il successo delle campagne di comunicazione del Comune di Milano sulla raccolta differenziata.

Le Agenzie ambientali sono enti tecnici, i temi da loro trattati hanno una complessità̀ non facile da rendere comprensibile a tutti. Quali suggerimenti può dare ai comunicatori delle agenzie ambientali?

Innanzitutto quello di interloquire più spesso, al di là delle emergenze, con i media di taglio divulgativo. Bisogna condividere l’obiettivo di formare le persone di tutte le età sulle tematiche d’interesse comune. Dovremmo lavorare di più insieme e capire come si rende notiziabile la notizia ambientale, prima e dopo il fenomeno estremo; il dato tecnico è una base importante, ma va concepita assieme una narrazione utile anche sul piano della prevenzione. Credo che il contenuto numerico sia più comprensibile se incrocia il vissuto delle persone, se lo si rende percepibile nelle grandezze e nelle esperienze di tutti. A proposito dei canali di comunicazione c’è da capire come si possono utilizzare i social come strumento di conversazione più che di trasmissione.

Le iniziative delle associazioni ambientali hanno di solito una grande eco mediatica, al contrario le Agenzie ambientali sono un po’ la “cenerentola” della comunicazione ambientale. Secondo lei quale dovrebbe essere il ruolo/comportamento delle agenzie da questo punto di vista?

Penso che le Arpa non dovrebbero sentirsi in competizione sotto questo punto di vista con le organizzazioni sociali, svolgono ruoli diversi; per fare notizia credo comunque che le Agenzie potrebbero tentare un registro più propositivo verso il pubblico avanzando proposte di cambiamento del proprio stile di vita; oltre a porsi come punto di riferimento sulla qualità delle matrici ambientali, potrebbero insomma diventare una fonte per migliorare l’efficienza, riconvertirsi alla mobilità in condivisione e partecipare, a livello individuale e collettivo, alla sfida verso la società low carbon.

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