Il bacino padano, un caso europeo

La presenza di Alpi e Appennini, oltre a creare condizioni meteorologiche spesso favorevoli all’accumulo degli inquinanti, ne determina anche il tipo. Nel bacino padano, dove la componente secondaria dell’inquinamento atmosferico è particolarmente importante, le azioni di contrasto devono essere estese sul territorio e riguardare anche i precursori.
Il bacino padano è caratterizzato dalla presenza di Alpi ed Appennini che lo racchiudono su 3 lati  e che determinano condizioni meteorologiche spesso sfavorevoli alla dispersione, con frequenti inversioni termiche e una velocità del vento in pianura tra le più basse d’Europa, spesso inferiore ad 1,5 m/s in Piemonte e Lombardia.

Velocità del vento media annua in alcune città europee. Da: NILU – Norwegian Institute for Air Research RIVM – National Institute of Public Health and Environment RIVM – Air quality in major European Cities (1995) – Part II: City Report Forms

D’altra parte, il bacino padano è fortemente antropizzato. La popolazione supera nell’insieme i 25 milioni di abitanti, distribuiti soprattutto nelle aree di pianura e nei fondovalle, con una densità abitativa che raggiunge i suoi massimi negli agglomerati urbani (superiore ai 6500 ab/km2 a Torino, e di circa 7500 ab/km2 a Milano). Il prodotto interno lordo (PIL) dell’area padana d’altra parte è di circa 819 mld di € all’anno (dati 2012), più della metà dell’intero PIL nazionale.
Le emissioni in tale territorio, pur inferiori in generale alla media europea se considerate pro capite e per unità di PIL, tendono così ad accumularsi. Benché le concentrazioni siano in diminuzione e non si registrino ormai da tempo superamenti per gli inquinanti storici, non sono rispettati in modo diffuso gli standard normativi per la media annuale del biossido di azoto (NO2) (in particolare nelle stazioni da traffico); per il numero massimo di giorni di superamento del PM10; per la media annua di PM2.5 e di benzo(a)pirene. Per l’ozono non sono rispettati, in modo diffuso, né gli obiettivi per la protezione della salute umana né quelli per la vegetazione, con frequenti superamenti, nei mesi estivi, anche delle soglie di informazione di allarme. Cosa non meno importante, per tali inquinanti sono superati anche i valori suggeriti dalle linee guida dell’OMS. In termini assoluti, le concentrazioni di particolato ed ozono raggiunte sono tra le più alte dell’Europa Occidentale (rif. EEA Air Quality report 2016).
Le concentrazioni di particolato così come quelle di ozono, del resto, nel bacino padano sono caratterizzate da una elevata omogeneità spaziale. Per quanto riguarda il PM10 ed il PM2.5, le concentrazioni raggiunte nelle stazioni da traffico sono spesso confrontabili a quelle delle stazioni di fondo.
Tutto ciò non deve stupire. Le condizioni meteorologiche che rendono difficile la dispersione, portano ad un ristagno delle sostanze emesse in atmosfera, che si rimescolano e reagiscono tra loro, andando ad aumentare i valori di fondo di particolato durante l’inverno e determinando condizioni favorevoli alla formazione di ozono in estate.
Nel bacino padano, è particolarmente importante anche la componente secondaria del particolato: più del 50% delle polveri che respiriamo non è emessa direttamente ma si forma in atmosfera a partire da emissioni di altri inquinanti (quali ossidi di azoto, ammoniaca e composti organici volatili). Ne è un esempio l’andamento della concentrazione di PM10 rilevata a Milano a fine gennaio 2017: il giorno 31, su 160 µg/m3 di PM10, più di 100 µg/m3 erano secondario inorganico, cioè particolato formato in atmosfera a partire da reazioni che partono da ossido di azoto e di zolfo e da ammoniaca.

PM10 totale e componente secondaria inorganica misurati nella stazione di Milano Pascal dal 25 gennaio al 5 febbraio 2017

La natura dell’ozono, che si forma totalmente in atmosfera, e la percentuale significativamente rilevante della componente secondaria del particolato rendono evidente la necessità che nel bacino padano le azioni di riduzione delle emissioni interessino tutto il territorio, visto che le reazioni di formazione possono avvenire anche lontano dai punti di emissione. Le misure locali possono essere utili a ridurre i picchi in prossimità delle sorgenti, ma, da sole, non possono risolvere il problema. Gli interventi di risanamento devono essere coordinati e adottati in modo esteso e capillare. Devono riguardare PM10 ed ossidi di azoto, ma anche ammoniaca e composti organici volatili, così da poter proseguire con successo nella lotta all’inquinamento atmosferico che già, in passato, ha portato a risultati importanti.

Scarica l’articolo completo su Ecoscienza 1/2017
A cura di Guido Lanzani, Arpa Lombardia

Nella foto: Il bacino padano visto da satellite: un velo grigio di opacità copre la Valpadana e si allunga sopra il mare Adriatico – MODIS il 17 marzo 2005 (Text and image courtesy of NASA’s MODIS Land Rapid Response Team)

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