L’impatto del cambiamento climatico sugli ecosistemi d’alta quota

Sebbene il ritiro dei ghiacciai e l’assenza di neve costituiscano la componente più visibile e nota degli impatti dei cambiamenti climatici sulle Alpi, questi ultimi, attraverso meccanismi più complessi e meno immediati, agiscono in maniera rilevante sugli ecosistemi.

Passeggiando in montagna d’estate si può non percepire l’importante ruolo svolto dalla vegetazione che ci circonda, ma attraverso la fotosintesi le piante contribuiscono a ridurre parte della anidride carbonica (CO2) emessa dall’uomo in atmosfera e responsabile dell’effetto serra. Le variazioni climatiche sono in grado di alterare il funzionamento degli ecosistemi riducendo questo importante ruolo.

D’altra parte l’effetto dei cambiamenti climatici sui servizi forniti dagli ecosistemi, come ad esempio l’agricoltura, è un fattore ben più noto. Infatti, l’aumento delle temperature, unito soprattutto alla sempre più frequente scarsità di piogge impatta i servizi ecosistemici attuali e futuri.

A caratterizzare i cambiamenti climatici recenti però non c’è solo un aumento graduale della temperatura, ma un’intensificazione degli eventi climatici estremi, come ondate di calore, siccità, fusione precoce del manto nevoso, il cui impatto sui sistemi naturali è più incerto, proprio per la loro intensità e variabilità nel tempo. Se da un lato alle politiche ambientali recenti è chiesto di adottare misure di mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici, alla ricerca scientifica è richiesto di ridurre tale incertezza.

È in questo contesto che si inserisce il monitoraggio a lungo termine degli impatti dei cambiamenti climatici sugli ecosistemi d’alta quota. La risposta degli ecosistemi alle variazioni climatiche e agli eventi estremi è infatti molto complessa e variabile a seconda della regione geografica interessata. I siti di monitoraggio alpini rappresentano un patrimonio importantissimo, in quanto gli ambienti di alta quota sono diffusi in pressoché tutto il globo, pertanto le Alpi rappresentano un laboratorio naturale per la ricerca e il monitoraggio sul cambiamento climatico.

Poiché raccolgono in una ristretta area geografica molti ambienti differenti per quota, esposizione e influenza delle circolazioni atmosferiche, le zone di montagna sono tra gli ambienti più sensibili ai cambiamenti climatici. Piccole variazioni che in pianura passano inosservate, in montagna possono condurre a impatti rilevanti sugli ecosistemi (ad esempio estinzione di specie e conseguente perdita di biodiversità, attacchi parassitari, riduzione della produttività dei pascoli) e di conseguenza sull’agricoltura e sul turismo.

L’attività di Arpa Valle d’Aosta

L’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente della Valle d’Aosta studia gli effetti dei cambiamenti climatici sugli ecosistemi d’alta quota dal 2005, attraverso l’osservazione della fenologia (ciclo vitale) della vegetazione e lo scambio di CO2 tra gli ecosistemi e l’atmosfera (metodo eddy covariance). In dettaglio, due ecosistemi attrezzati con strumentazione complessa, ovvero un pascolo alpino e un bosco di larice (Torgnon, 2150 m slm), ricoprono il ruolo di siti “pilota” per l’osservazione degli effetti delle anomalie climatiche su ambienti caratteristici delle Alpi.

Le informazioni ottenute in questi anni mostrano una generale tendenza all’anticipo dell’emissione delle foglie; eppure, a questo effetto positivo non si associa necessariamente un incremento della resa degli ecosistemi, la quale mostra, al contrario, effetti fortemente dipendenti dalle singole anomalie meteorologiche di ogni anno. Si può ricordare ad esempio il 2015, uno tra gli anni più caldi dal 1850, ovvero da quando si hanno misure meteorologiche (WMO Statement on the Status of the Global Climate in 2015).
Sebbene, la vegetazione abbia iniziato la sua stagione molto precocemente, rispetto agli anni precedenti, le forti ondate di calore e la siccità estiva ne hanno ridotto la vitalità e la crescita.
Anche la fusione precoce della neve al suolo è un evento rischioso per il corretto funzionamento degli ecosistemi d’alta quota. Nel 2011, la precoce scomparsa della neve a inizio aprile ha comportato per le piante d’alta quota, che normalmente in questo periodo dell’anno sono inattive, ma protette dalle rigide temperature esterne grazie alla coltre di neve, l’esposizione a condizioni ambientali inusuali, compromettendone la capacità di immagazzinare CO2 non solo in primavera, ma anche nella successiva stagione estiva.

Sito di monitoraggio di Arpa VdA a Torgnon (2160 m slm). Il pascolo che a luglio del 2014 appare normalmente verde, è invece completamente giallo lo stesso giorno dell’anno successivo, a causa delle forti ondate di calore e siccità che hanno colpito la Valle d’Aosta nel 2015.

Gli ecosistemi d’alta quota sono anche importanti per la peculiarità delle attività agricole tradizionali e il mantenimento dei pascoli alpini, con la loro elevata ricchezza in specie, è fondamentale per la conservazione della biodiversità.

La strada da percorrere è quindi quella di ridurre la vulnerabilità e incrementare la resilienza degli ecosistemi d’alta quota attraverso la valutazione e l’applicazione di pratiche di gestione che favoriscano l’adattamento al cambiamento climatico.

Marta Galvagno
Arpa Valle d’Aosta

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