La circolarità e le sfide per le agenzie ambientali

Il passaggio a un’economia più circolare presuppone non solo l’impegno del mondo produttivo, ma anche una revisione generale delle strategie di controllo e vigilanza. L’attenzione dovrà essere posta sull’intero processo di produzione, con una necessaria collaborazione costruttiva tra pubblico e privato.


Il passaggio a una economia più circolare offre grandi opportunità all’Europa e ai suoi cittadini. Fondamentale per il successo è la rilettura di tutti i modelli di produzione e consumo in una logica di circolarità, l’assunzione di paradigmi che devono divenire patrimonio di nuova cultura per le future generazioni.
Le possibilità di recupero di un prodotto e riuso dei suoi componenti e materiali
dipendono in gran parte dal suo design d’origine.
L’ecodesign, per lungo tempo focalizzato sull’efficienza energetica, può dare un importante contributo all’economia circolare, con la possibilità di stabilire requisiti importanti, in termini di durata, possibilità di riparazione e aggiornamento, di assemblaggio, istruzioni e facilità di riuso e riciclaggio.
Ciò presupporrà impegno sia nella fabbricazione di prodotti nuovi, sia nella rivisitazione delle specificità dei prodotti esistenti, e apporterà miglioramenti vantaggiosi a tutta la catena del valore.

Anche la gestione dei rifiuti dovrà uniformarsi a questi principi. La gerarchia comunitaria che definisce la strategia deve essere alla base delle politiche pubbliche e private in materia di rifiuti. Il regime dei sottoprodotti e dell’end of waste rientra a pieno titolo tra le misure di prevenzione; contribuisce alla dissociazione della crescita economica dalla produzione di rifiuti e riduce il
consumo di materie prime vergini.
Una rivoluzione in atto, che comporta una revisione generale anche delle strategie di controllo e vigilanza. Difficilmente infatti il modello di comando e controllo potrà considerarsi adeguato per accompagnare il percorso.
Sarà necessario avviare un confronto continuativo tra produttori, operatori e autorità di controllo. Si pensi all’immissione sul mercato dei sottoprodotti, ovvero delle materie secondarie derivanti da trattamenti end of waste. A partire dal campo di applicazione del regolamento Reach, che andrà esteso ai sottoprodotti e materie seconde avviate al riutilizzo nei processi industriali o all’utilizzo e consumo.

Esiste peraltro un’esigenza generale di collegamento tra riuso e riciclo e l’idea di progetto. In questo caso la norma è chiara nei principi, difficile nell’implementazione. Perché questo avvenga è infatti necessario il rispetto di tutte le condizioni previste dall’articolo 184bis (sottoprodotti) e ter (end of waste) del Dlgs 152/06, che in ultima istanza consentono di valutare il discrimine fondamentale che distingue un rifiuto da una risorsa, ovvero che “non
ci sia la volontà di disfarsene”. Trasferire nella quotidianità e nella
gestione questo principio fondamentale è impresa complessa, soprattutto se la verifica può solo avvenire attraverso il convenzionale approccio di controllo
end of pipe. È evidente che la coerenza con quel principio non può che essere ritrovata attraverso una chiara e trasparente capacità progettuale del produttore e del gestore/utilizzatore.

Dalla fase di produzione, dovrà essere infatti certa anche la destinazione dei sottoprodotti generati o delle materie seconde generate dai processiend of waste. Le strade per arrivarci sono tante. La soluzione definitiva è composita e dovrà avere la capacità di essere informata dall’esperienza, in un’ottica di collaborazione costruttiva tra pubblico e privato. Di aiuto per le Agenzie potrà essere l’esperienza maturata nella certificazione ambientale, nelle conoscenze dei processi che si sono sviluppati nell’ambito dei controlli effettuati in ambito Aia. Ma anche iniziative locali e specifiche possono aiutare. La condivisione di elenchi di sottoprodotti sulla base di veri e propri disciplinari, è una possibile strada.

L’idea dell’elenco non può prescindere evidentemente dall’applicazione dei principi generali e deve essere testimonianza di un percorso comune e di un progetto di utilizzo e consumo che vede il coinvolgimento di tutti i soggetti coinvolti. Bene ha fatto quindi la Regione Emilia-Romagna a istituire un vero e proprio sistema che attesti il riconoscimento dell’osservanza di buone
pratiche da parte delle imprese attraversol’istituzione dell’Elenco regionale dei
sottoprodotti (Dgr 2260/2016). L’iscrizione all’elenco è volontaria e non pregiudica la possibilità di dimostrare, con le diverse modalità consentite
dall’ordinamento, che le sostanze e/o gli oggetti derivanti dalle filiere individuate abbiano la qualifica di sottoprodotti.
Esso avrà l’indubbio vantaggio di indirizzare il sistema di controllo, potendo quest’ultimo essere informato dai lavori propedeutici alla formazione delle schede contenenti le caratteristiche dei processi produttivi e dei sottoprodotti da essi derivanti che faranno parte dell’elenco stesso.

Perché una delle sfide principali poste dall’economia circolare, e su cui le Agenzie dovranno assicurare il loro contributo, è quella di aver spostato l’azione del controllo dalla verifica dell’impatto alle caratteristiche del prodotto e del suo processo di produzione. Un ruolo e un compito nuovo. Da sole le Agenzie faranno fatica a interpretare correttezza e rispetto dei principi della norma. C’è bisogno del sistema complessivo, c’è necessità che l’economia circolare e la sua applicazione entri pienamente nei circuiti della qualità ambientale e dei prodotti. Un processo industriale che rispetti in tutto e per tutto
le regole della produzione di qualità e che sia in linea con il confronto nel mercato.
L’idea di un’economia circolare che esuli da queste regole dei processi industriali
(economie di scala, sicurezza degli approvvigionamenti, molteplicità di utilizzo dei prodotti) difficilmente potrà consentire alle Agenzie di poter svolgere con efficienza ed efficacia il proprio ruolo.

Giuseppe Bortone, direttore generale Arpae Emilia-Romagna

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