La sfida del linguaggio rispettoso dell’identità di genere negli atti amministrativi

La rilevanza del tema dell’utilizzo e del rispetto del “linguaggio di genere” nella Pubblica Amministrazione. Non si tratta di mero formalismo o di introdurre neologismi, ma della presa d’atto di un dato incontrovertibile: la presenza di uomini e donne nei contesti di lavoro, che esige di modificare l’uso dell’abitudine linguistica, che a sua volta richiede tempo e condivisione tra le persone.

Il tema dell’utilizzo e del rispetto del “linguaggio di genere” nella Pubblica Amministrazione non è una novità1, è tornato di attualità dopo che la presidente della Camera dei Deputati, Laura Boldrini, ha inviato a tutti i deputati una lettera per invitarli a rispettare la parità di genere linguistica quando parlano di deputate e ministre donne, evitando di riferirsi a loro con titoli maschili. La presenza di un numero più elevato di deputate rispetto al passato e un significativo numero di donne che rivestono cariche e ruoli istituzionali prima ricoperti in via quasi esclusiva da uomini, richiede in modo più evidente rispetto al passato l’esigenza dell’adeguamento del linguaggio parlamentare al ruolo istituzionale, sociale e professionale assunto dalle donne e al pieno rispetto delle identità di genere, a garanzia del principio di non discriminazione e a tutela della dignità della persona, in conformità a quanto previsto dagli articoli 2 e 3 della Costituzione.

Nella lettera Boldrini ha chiesto infatti, proprio l’adeguamento del linguaggio parlamentare al ruolo istituzionale, sociale e professionale assunto dalle donne e al pieno rispetto delle identità di genere” e si è posta attenzione al corretto utilizzo della lingua italiana, che oggi non può e non deve restare patrimonio della élite di linguisti. Non si tratta di mero formalismo o di introdurre neologismi, ma della presa d’atto di un dato incontrovertibile: la presenza di uomini e donne nei contesti di lavoro, che esige di modificare l’uso dell’abitudine linguistica, che a sua volta richiede tempo e condivisione tra le persone. L’oscuramento linguistico della figura professionale e femminile ha infatti come conseguenza la sua non-comunicazione e, in sostanza, la sua negazione. “Ciò che non si dice, non esiste” afferma la docente di linguistica dell’Università di Modena e Reggio Emilia, Cecilia Robustelli che, dal 2000 collabora con l’Accademia della Crusca per la promozione, in molti contesti sociali, culturali e professionali (dalla scuola alla Pubblica Amministrazione, alla stampa e i Media) dell’utilizzo della lingua italiana rispettosa dell’identità di genere. Occorre abbandonare l’utilizzo del maschile in senso neutro, ovvero inclusivo del genere femminile, perché come affermano i linguisti, semplicemente non esiste. E’ un discorso culturale, di consapevolezza, di scelta, perché le condizioni sociali possono essere modificate attraverso un diverso modo di parlare e una lingua diversa.

Da più parti, in Europa e – più recentemente – in Italia si muovono iniziative, anche istituzionali, volte non solo a sensibilizzare gli organi decisori, ma anche le collettività di riferimento, affinché l’uso di un linguaggio corretto sia quanto più possibile condiviso. In Italia non esiste una norma di rango primario che imponga l’uso di un linguaggio normativo o amministrativo rispettoso dell’identità di genere; ma, grazie agli interventi di autorevoli studiosi e delle spinte europee, sono state emanate alcune direttive ministeriali: la Direttiva del Consiglio dei Ministri 27/3/2007 per le Azioni volte a promuovere l’attribuzione di poteri e responsabilità alle donne la Direttiva sulla semplificazione del linguaggio degli atti amministrativi, del Ministero della Funzione Pubblica dell’8/5/2002, la Direttiva del 23/5/2007 sulle Misure per attuare la parità e pari opportunità tra uomini e donne nelle amministrazioni pubbliche. Quest’ultima emanata in attuazione della Direttiva UE/54/2006 del Parlamento e del Consiglio Europeo a norma della quale le Pubbliche Amministrazioni devono “utilizzare in tutti i documenti di lavoro (relazioni, circolari, decreti, regolamenti, ecc.) un linguaggio non discriminatorio come, ad esempio, usare il più possibile sostantivi o nomi collettivi che includano persone dei due generi”.

E la Regione Sardegna è stata la prima regione a dotarsi ex lege, nella comunicazione istituzionale di “un linguaggio non discriminante rispettoso dell’identità di genere, mediante l’identificazione sia del soggetto femminile che del soggetto maschile negli atti amministrativi, nella corrispondenza e nella denominazione di incarichi, di funzioni politiche e amministrative”.

Per le motivazioni sopraesposte, nell’ambito del Piano di Azioni Positive di prossima emanazione, il CUG di ARPAT si è fatto promotore di affrontare la problematica dell’“approccio di genere al linguaggio amministrativo” che significa occuparsi di discriminazione di genere e, dunque, di stereotipi, di pregiudizi, – in un’ottica necessariamente più ampia e rispettosa – tra i generi.

È ormai condiviso (tanto tra i linguisti, quanto tra i giuristi) l’assunto secondo cui le parole concorrono a formare le identità individuali e collettive e sono un potente mezzo per l’affermazione o, per converso, la negazione di diritti: ciò che non è rappresentato verbis non esiste.

Gli atti normativi e gli atti amministrativi, dunque, come fonti primarie di veicolazione di diritti ma anche – paradossalmente – di disuguaglianze. Atti che – pur avendone il potere e la forza – non consentono un processo attivo di riconoscimento e tutela del genere.

In Agenzia avvieremo, pertanto un percorso di analisi e condivisione interna intersettoriale finalizzato alla Redazione di Linee guida per l’utilizzo del linguaggio amministrativo rispettoso dell’identità di genere, In questa direzione, infatti, altri enti quali Comune di Firenze, CNR, Scuola Superiore Normale di Pisa, Provincia di Trento e Bolzano, si sono dotati di strumenti simili. Ci auguriamo, che altre Agenzie, la Rete CUG e il Sistema Nazionale per la Protezione Ambientale nel suo complesso, siano interessatia questo percorso di cambiamento culturale, non solo linguistico, per condividere pratiche e strumenti di lavoro rispettosi dell’identità di genere.

a cura di Simona Cerrai, Presidente CUG ARPAT


Fonti di documentazione

– C. Robustelli, promosso dal Comitato Pari Opportunità del Comune di Firenze in collaborazione con l’Accademia della Crusca, “Linee guida per l’uso del genere nel linguaggio amministrativo”, Progetto Genere e Linguaggio, Collana Dire Donna, Firenze, 2012

– Gruppo di lavoro promosso da Istituto di teoria e tecniche dell’informazione giuridica e Accademia della Crusca (a cura di); “Guida alla redazione degli atti amministrativi. Regole e suggerimenti”, Firenze, Febbraio 2011

– S. Giorcelli, M. Spanò, R. Raus, M. Abouyaala, I. Catrano, V. Patti; “Un approccio di genere al linguaggio amministrativo”, Università degli Studi di Torino, Torino, Luglio 2015

– A. Fioritto (a cura di); “Il progetto per la semplificazione del linguaggio amministrativo”, I Quaderni dell’innovazione, Istituto Poligrafico Zecca dello Stato, Roma, 2002

– “Politicamente o linguisticamente corretto?” Maschile e femminile: usi correnti della denominazione di cariche e professioni, Atti della X Giornata della Rete per l’Eccellenza dell’italiano istituzionale (REI), Roma, 29 novembre
2010, Commissione europea – Rappresentanza in Italia, Roma, in stampa

– C. Robustelli, “L’Italiano: conoscere e usare una lingua formidabile – Sindaco e sindaca: il linguaggio di genere”, realizzazione a cura dell’Accademia della Crusca. Gruppo Editoriale l’Espresso – La Repubblica, Roma, 2016

– GIULIA, giornaliste, in collaborazione con FNSI e Ordine dei giornalisti, INGPI; “Donne, grammatica e media. Suggerimenti per l’uso dell’italiano”, Eurograf, Roma, 2014

– Ordine dei Giornalisti, Consiglio nazionale, “Tutt’altro GENERE d’informazione”, Roma, 2015

http://giulia.globalist.it/giuliaglobalist

http://ilsessismoneilinguaggi.blogspot.com/2009/01/il-generefemminile-nell’italiano-di.html

– http://ec.europa.eu/dgs/translation/rei/documenti/rete/genere_femminile.pdf


1 – Risale al 1987 il Rapporto di Alma Sabatini, “Il sessismo nella lingua italiana” ed in particolare il terzo Capitolo “Raccomandazioni per un uso non sessista nella lingua italiana”, commissionato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, cui seguirono numerosi indagini e ricerche in vari campi del sapere.

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