Le fattispecie contravvenzionali della procedura estintiva

Individuazione delle fattispecie contravvenzionali che ricadono nell’ambito di applicazione della procedura estintiva di cui alla parte sesta bis del Dlgs 152/2006.

Tra le questioni controverse, relativamente alle quali il documento recentemente approvato dal Snpa ha fornito una linea di indirizzo, merita particolare approfondimento, per i riflessi sulla portata applicativa della procedura estintiva, la questione dell’individuazione delle contravvenzioni in materia ambientale suscettibili di estinzione ai sensi della parte sesta bis, introdotta nel Testo unico ambientale (TUA) dalla L 68/2015.

Le disposizioni della parte sesta bis non individuano in modo chiaro, né tanto meno in modo espresso tramite il rinvio ad un elenco, le contravvenzioni che ricadono nel proprio ambito di applicazione.
Tale ambito di applicazione è quindi risultato, al momento dell’entrata in vigore della legge 68/2015, di non facile identificazione. Infatti, da un lato l’art. 318 bis stabilisce l’applicazione generalizzata della procedura estintiva alle ipotesi contravvenzionali in materia ambientale previste dal Dlgs 152/2006, dall’altro l’art. 318 quater, prescrivendo, ai fini dell’estinzione della contravvenzione, il pagamento di una somma pari a un quarto del massimo dell’ammenda, esclude dal beneficio le contravvenzioni punite con l’arresto, dato che non prevede alcun meccanismo di conversione della pena detentiva in pena pecuniaria.

L’orientamento prevalente all’indomani dell’entrata in vigore della legge 68/2015 escludeva dalla procedura esclusivamente le contravvenzioni punite con il solo arresto, mentre riteneva applicabile la suddetta procedura alle contravvenzioni punite con l’ammenda, da sola oppure alternativa o cumulativa all’arresto, privilegiando, evidentemente, esigenze di tutela effettiva dell’ambiente, assicurate dall’adempimento della prescrizione, e/o esigenze di deflazione del procedimento penale.

Ad oggi l’orientamento prevalente, come emerso anche dalla ricognizione degli indirizzi emessi dalle Procure, esclude dall’ambito di applicazione della procedura estintiva le contravvenzioni punite con l’arresto e quelle punite con pena congiunta (arresto e ammenda), circoscrivendo quindi l’ambito di applicazione del suddetto meccanismo estintivo alle contravvenzioni punite con ammenda, da sola, oppure alternativa all’arresto.
Tale orientamento è stato recepito nel documento Indirizzi per l’applicazione della procedura di estinzione delle contravvenzioni ambientali ex parte sesta bis Dlgs 152/2006, recentemente approvato dal Consiglio federale del Snpa.

L’accoglimento del filone interpretativo minoritario, che ammette all’estinzione anche le contravvenzioni punite con pena congiunta si porrebbe, infatti, in contrasto in primo luogo con il principio di legalità delle pene sancito dall’art. 1 del codice penale, il quale stabilisce che nessuno può essere punito con pene che non siano stabilite dalla legge. La pena dell’arresto, prevista dalla legge congiuntamente all’ammenda, in virtù di tale principio non può essere disapplicata in mancanza di una norma espressa che ne stabilisca la disapplicazione e tale norma non può essere ravvisata nella disposizione di cui all’art. 318 quater comma 2, il quale dispone che la somma da versare in sede amministrativa deve essere pari a un quarto del massimo dell’ammenda, ma non prevede espressamente l’azzeramento della pena dell’arresto.

In secondo luogo, risulterebbe violato il principio di uguaglianza sancito dall’art. 3 della Costituzione, in quanto costituirebbe un’ingiustificata disparità di trattamento consentire la vantaggiosa possibilità di estinzione del reato quando esso è punito con la pena congiunta dell’arresto e dell’ammenda (tendenzialmente più grave) e negare tale possibilità quando è punito con il solo arresto (tendenzialmente meno grave). Un esempio pratico per comprendere la disparità di trattamento che si verrebbe a creare aderendo all’interpretazione minoritaria è offerto dalle due fattispecie contravvenzionali di scarico di acque reflue industriali contenenti sostanze pericolose previste dall’art. 137 del Dlgs 152/2006. Il comma 3 punisce lo “scarico in violazione delle prescrizioni dell’autorizzazione” con la pena dell’arresto fino a due anni, mentre il comma 5 punisce la medesima condotta di “scarico in violazione dei limiti tabellari” con la pena, più grave, dell’arresto fino a due anni e dell’ammenda da euro tremila a euro trentamila. Aderendo all’interpretazione che ritiene applicabile la procedura estintiva alle contravvenzioni punite con pena congiunta, quest’ultimo reato potrebbe essere estinto, a differenza del reato, meno grave, previsto dal comma 3, punito con la sola pena dell’arresto e quindi sicuramente escluso dal meccanismo estintivo.

D’altra parte l’interpretazione che esclude dalla procedura estintiva le contravvenzioni punite con pena congiunta trova giustificazione anche in ragioni di ordine sistematico derivanti dal parallelismo sussistente con la disciplina dell’oblazione penale (artt. 162 e 162 bis del c.p.) e con la disciplina in materia di igiene e sicurezza sul lavoro (artt. 20 e ss. del Dlgs 758/1994), nonché in ragione della gravità delle contravvenzioni che nel Dlgs 152/2006 sono punite con pena congiunta. Si pensi, ad esempio, ai reati di abbandono di rifiuti commesso da titolari di impresa, gestione non autorizzata di rifiuti, omessa bonifica, il cui trattamento sanzionatorio prevede la pena alternativa se si tratta di rifiuti non pericolosi e la pena congiunta in caso di rifiuti pericolosi.

Silvia Michelucci, Arpa Toscana

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