Servizio meteorologico nazionale distribuito (SMND): un “sistema” complesso, ma possibile. Proprio come Snpa.

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Intervista al Presidente dell’Ispra Bernardo De Bernardinis.
Presidente, perché pensa sia oggi prioritario dare corso alla strutturazione del SMND?
Innanzitutto voglio precisare che il Servizio meteorologico nazionale distribuito non è necessario come riordino delle finalità di protezione civile, quanto di ulteriori e ancor più avanzati sviluppi operativi finalizzati al sistema di allertamento nazionale per tali finalità. L’SMND è una priorità del Servizio nazionale di protezione civile ed è già attuato in larga parte per le finalità del Servizio stesso, tanto che la legge 225/92 s.m.i. lo definisce un obiettivo prioritario.

Quello che manca oggi in Italia è un Servizio meteorologico di natura “generale” che copra tutte le aree e sostenga lo sviluppo di molteplici settori: agrometeorologia, meteorologia per l’energia, per i trasporti, per le questioni ambientali.

Come Snpa contiamo tra noi alcuni dei principali punti di eccellenza operativa e strutture portanti del ricordato sistema di allertamento nazionale, anche se non copriamo totalmente il quadro dei servizi meteo nazionali e regionali nelle loro diverse tipologie. Nel nostro caso, ad esempio, la meteorologia è elemento fondamentale per lo studio e l’analisi tanto della qualità dell’aria, del trasporto e dispersione di particolati, radionuclidi o di sostanze contaminanti e/o inquinanti in atmosfera, quanto per la previsione e caratterizzazione dello stato del mare. L’interesse per l’SMND è quindi collegato certamente alle esigenze di protezione civile, ma anche, se non soprattutto, alle questioni ambientali.

Come dovrebbe essere strutturato il Servizio?

Lo abbiamo già scritto anni fa. C’è stato un lavoro di un Gruppo tecnico, nominato dal Capo Dipartimento della Protezione civile di allora, prefetto Franco Gabrielli, e partecipato dalle rappresentanze di soggetti statali e regionali erogatori di servizi pubblici di meteorologia operativa. Il compito di tale Gruppo, di cui facevano parte naturalmente anche alcune Agenzie, fu quello di predisporre una bozza di DPR che dettasse uno schema organizzativo  e funzionale del Servizio stesso. Oggi, sono sette le Agenzie ambientali che si occupano di erogare servizi di meteorologia operativa, accanto ad altre strutture regionali. La prima finalità era raccogliere tutte le risorse, umane, finanziarie, strumentali e di responsabilità presenti nel paese.

È particolarmente diffusa la convinzione che una sola di queste strutture, l’Aeronautica Militare, possa rappresentare da sola una parte significativa, se non predominante, di tutte le risorse esistenti nel Paese. In realtà, dal punto di vista statale non si può tralasciare tanto il Dipartimento di Protezione civile, quanto l’Ispra stessa o il Crea (ex Ucea). Così come dal punto di vista regionale non si possono non considerare i significativi investimenti storici attuati da sette Agenzie regionali, così come quelli degli altri soggetti, quali il Lamma in Toscana. In termini materiali e immateriali si può parlare di un investimento complessivo, da attribuire per il 60% alla parte statale ed per il 40% a Regioni e Province Autonome.

È evidente, quindi, come la prima finalità dello strumento normativo fosse dare una forma istituzionale alla raccolta di tutte queste risorse, con il consenso di tutti quelli a cui le risorse appartengono. Secondo, sulla base dell’esperienza della Protezione civile, strutturare un sistema che avesse il concorso di queste risorse, che fosse governabile e producesse un risultato unico e un’unica ben identificabile responsabilità.

Quando sento che la comunità scientifica si propone, vuole dire che non hanno assolutamente la percezione di cosa significhi erogare sia un servizio meteorologico operativo – 24 ore su 24 e 7 giorni su 7 –  sia assumere la responsabilità che ne consegue. Oggi non si tratta più fare alcune previsioni e lanciarle al vento, ma di prendere e seguire gli eventi nella loro evoluzione, secondo le diverse esigenze che la società esprime.
L’assunzione di responsabilità nel rispondere alle esigenze del paese è il “vallo” che divide la meteorologia pubblica da quella privata. 

Qual è oggi il principale vulnus nella meteorologia in Italia e in Europa?

Partendo dal particolare al generale, direi che, pur avendo una rete significativa di centri di competenza che la assistono con strumenti operativi, la Protezione Civile si trova a fronteggiare da sola un investimento che potrebbe essere condiviso anche per altre finalità e con beneficio di tutti. Spesso, invece, si trova isolata, non conosciuta  e quindi non compresa in questo sforzo. Obiettivo correlato è che questo sforzo sia reso sinergico a quello che, seppur in misura minore, già altri settori fanno, come quelli citati dell’energia, dell’agricoltura, dei trasporti. La somma di sforzi separati non può mai essere uguale a quella di un’azione comune.

Secondo, c’è una carenza di rappresentatività nel settore meteorologico e climatologico operativo a livello europeo e internazionale, colmato solo in parte dal ruolo che la rappresentanza per finalità di protezione civile ha assunto nell’ultimo decennio  e che non dà giustizia alle diverse competenze che esistono in Italia. Testimonianza di ciò sono l’attenzione che l’Organizzazione meteorologica mondiale e l’UE, in particolare lo European Centre for Medium-Range Weather Forecasts (ECMWF),  hanno rivolto alle competenze nazionali attraverso il riconoscimento di un primariato di quelle di Protezione civile. Tuttavia ciò non basta. Quanto sopra vale anche per la climatologia operativa, che ha trovato anch’essa accoglienza nel disegno del SMND.

Un auspicio come presidente del’Snpa?

Credo che il tormentato percorso che dal 1998 ha seguito, e subito, l’istituzione del SMND – aldilà di conflitti di interessi non giustificabili e poco istituzionali – sia assimilabile a quello di un’architettura complessa, e apparentemente bizantina, che può essere anche semplificata, per quota parte, ma non superata, e ciò proprio alla luce delle caratteristiche di quello che è già oggi il sistema distribuito nel Paese. Questa è forse la parte della questione che è stata meno compresa.

Creare il SMND significa dare un’operatività unitaria e generalista a tale struttura complessa, proprio come complesso è il nostro SNPA. Si può fare, e il Sistema nazionale a rete per la protezione dell’ambiente è l’esempio più eclatante di ciò. Quindi, così come si è riusciti a raccogliere in una rete tutte le competenze tecnico-scientifiche ed operative presenti nel Paese in materia di protezione e controlli ambientali, attraverso la legge 132/16, allo stesso modo occorre farlo anche per la meteorologia e la climatologia operativa.

Un pensiero su “Servizio meteorologico nazionale distribuito (SMND): un “sistema” complesso, ma possibile. Proprio come Snpa.”

  1. Come operatore di un servizio meteorologico regionale pubblico (ARPA Lombardia) ho la percezione tanto della necessità di un coordinamento di livello superiore (un servizio meteo nazionale civile pubblico) quanto del fatto che l’idea dell’SMND si sia ormai dimostrata fallimentare. Occorre un’idea nuova e vecchia allo stesso tempo, un vero servizio meteo nazionale civile, che superi quei bizantinismi citati anche nell’intervista e che già dal nome stesso SMND (Nazionale e Distribuito si contraddicono e risultano incomprensibili ai più!) si impongono e vanificano ogni sforzo di realizzare qualcosa di concreto, utile e funzionante.

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