Sistemi informativi ambientali: a quale dato e informazione, e con quale modalità, deve essere garantito l’accesso a tutti i cittadini?

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Intervento di Giuseppe Sgorbati (nella foto) e Mauro Valentini, di Arpa Lombardia, che affrontano il tema dell’accesso ai dati ambientali da parte dei cittadini e dei sistemi informativi delle agenzie ambientali.


Con l’entrata in vigore dal 20 aprile 2013 del Dlgs 14 marzo 2013 numero 33 che obbliga le Amministrazioni pubbliche a pubblicare sui loro siti istituzionali le informazioni ambientali di cui sono in possesso, è stata introdotta un’importante novità a favore del cittadino e del suo diritto a essere informato sui temi ambientali. Il provvedimento è stato approvato in attuazione della legge 190/2012 (cosiddetta legge anticorruzione) che si occupa a tutto campo degli obblighi di trasparenza delle Amministrazioni.

In realtà, già in precedenza il tema delle informazioni ambientali era trattato in modo particolarmente ampio dalla legislazione: il Dlgs 152/2006 articolo 3, la legge 108/2001 (ratifica della Convenzione di Aarhus del 1998, testo base a livello UE sull’accesso alle informazioni ambientali) e il Dlgs 195/2005 che, in attuazione della direttiva 2003/4 CEA, hanno regolato forme e modi dell’accesso del pubblico alle informazioni ambientali già davano ampio diritto di accesso a questo tipo di informazioni. Tuttavia, ora le Amministrazioni sono obbligate a dare evidenza a queste informazioni sui loro siti in un’apposita sezione facilmente individuabile denominata “Informazioni ambientali” affinché il cittadino possa accedervi facilmente.
Tra le disposizioni del Dlgs 33/2013 spicca anche l’istituzione dell’accesso civico: chiunque può senza obbligo di motivazione chiedere alla pubblica amministrazione dati e atti che non siano stati pubblicati, con i soli limiti previsti dalle norme sui limiti all’accesso alle informazioni per motivi di sicurezza e privacy .

Lo spirito della legge è chiaro e ampiamente condivisibile: su un tema così sensibile quale lo stato dell’ambiente in cui viviamo non devono esistere motivi per privare il cittadino del diritto ad accedere a tutte le informazioni disponibili, attraverso tutti i mezzi che la tecnologia mette a disposizione, quindi anche in modo automatico attraverso le pagine internet delle Agenzie ambientali.
Tuttavia, la declinazione di tale principio generale al caso di una pubblica amministrazione, che ha quale prevalente – se non unico scopo – la produzione di informazione ambientale, pone alcune questioni che devono essere affrontate.
Innanzitutto si pone il problema di definire i confini dell’informazione ambientale, con riferimento a una ipotetica “piramide dell’informazione” che ha alla sua base le misure (dati elementari provenienti da processi analitici o campionatori), sulle quali si costruiscono i dati (aggregazioni di misure secondo criteri definiti), che a loro volta vengono utilizzati per generare indicatori (aggregazioni di dati che rendono conto degli andamenti spaziali e temporali dei fenomeni oggetto di osservazione). Al vertice della piramide possono poi collocarsi indici sintetici, ottenuti con aggregazioni di indicatori anche riferiti a diverse variabili.

Accanto a questa piramide stanno tutte le attività e le procedure messe in atto per ottenere le informazioni e per restituirle, talvolta con ampia interpretazione, in accordo con le disposizioni amministrative (studi, pareri, attività di controllo ecc); tali attività sono rappresentate per lo più strutturate in documenti.
Ciascuno di questi elementi può essere singolarmente oggetto di interesse – e quindi di richiesta – da parte di ogni singolo cittadino.

Appare evidente, tuttavia, che il diritto di accesso alle informazioni ambientali deve integrarsi con la ragionevolezza circa la qualità e quantità delle informazioni che possono essere messe a disposizione in termini assoluti, ad esempio sui siti web delle Agenzie,  comunque nel rispetto dei principi relativi alla tutela del diritto alla riservatezza. Diversamente, l’onere richiesto per la fornitura di qualunque tipo di informazione, in qualsiasi modalità, rischia di diventare insostenibile per il personale delle Agenzie. Crediamo che il dovere di pubblicizzazione della informazione ambientale debba essere contemperato e letto in modo integrato rispetto ai diritti protetti attraverso l’accesso civico.

Accanto ai temi del diritto all’accesso ai dati ed alle informazioni ambientali, più recentemente si è sviluppato il tema del riuso dei dati in possesso della pubblica amministrazione: tale è il principio alla base del concetto di open data e della relativa normazione.
Se traguardati in prospettiva economica, i dati sono prodotti dalla pubblica amministrazione grazie a un investimento dei cittadini, pagato con il gettito fiscale. Di conseguenza, i dati prodotti dalla pubblica amministrazione rappresentano un bene, un prodotto, una materia prima che deve essere reso disponibile ai tutti i cittadini, oltre che ad altri segmenti della pubblica amministrazione, per ogni uso.

Questa logica dà un ulteriore senso allo sforzo per la produzione dei dati e supporta lo sviluppo di nuove iniziative, a valenza economica o meno. Al minimo, risparmia le energie necessarie che un utilizzatore dovrebbe spendere per produrre  dati in realtà già disponibili. Esempi elementari di tali forme di riuso sono la utilizzazione dei dati pubblici in siti meteo, in campo economico, sociale, culturale e della didattica.
E’ evidente come i dati in possesso della pubblica amministrazione costituiscano una miniera vera e propria per iniziative imprenditoriali basate sulla tecnologia dell’informazione, in espansione con velocità esponenziale, e di conseguenza la logica open data costituisce un importante fattore di sviluppo economico.

I concetti di “dato pubblico” e “riuso dell’informazione pubblica” sono sanciti dalla direttiva 2003/98/CE , relativa al riutilizzo dell’informazione del settore pubblico e recepita dall’ordinamento italiano dal Dlgs 36 del 2006 e s.m.i.
Il decreto legge 4 ottobre 2012 Misure urgenti per l’innovazione e la crescita: agenda digitale e startup enfatizza ulteriormente il concetti ricordati e sancisce che  il rilascio di dati in forma open diventa un indicatore di performance dei dirigenti pubblici. Inoltre i dati in possesso della pubblica amministrazione devono essere organizzati in forma “open by defalut“, ove non pendano restrizioni.

Si incrociano, sovrappongono, integrano varie visioni e altri provvedimenti normativi: dal Codice della amministrazione digitale, che costituisce un importantissimo fattore di conversione verso modalità di lavoro che favoriscono la gestione di qualsiasi dato della pubblica amministrazione in forma IT, al decreto legislativo 32/2010, Attuazione della direttiva INSPIRE 2007/2/CE, che determina le basi tecniche per la costruzione di infrastrutture e logiche tali da rendere materialmente possibile l’accesso ai sistemi di accumulo dei dati, vero “collo di bottiglia” per il loro utilizzo.

Il cerchio si chiude, di conseguenza: dal tema “macro”  del diritto del cittadino di sapere cosa fa (e come lo fa) la pubblica amministrazione, si passa al tema dell’accesso ai componenti essenziali della informazione, i dati, da mettere a disposizione sempre e comunque, per qualsiasi uso e finalità.
“Mettere a disposizione” significa rendere possibile l’accesso: il nodo della convergenza dei sistemi in ottica di interscambio ed interoperabilità è di fronte a tutti noi. Su questo temi, appare dunque urgente un’analisi congiunta dei diversi soggetti del Snpa: è di fronte a noi una doppia sfida.
Da un lato la convergenza verso cataloghi, standard, formati, anche grafici, comuni, quale base fondamentale dell’identità del Sistema per il dialogo a tutti i livelli e per tutti gli scopi con cittadini, imprese e con il mondo della pubblica amministrazione.  Dall’altro la convergenza verso standard tecnici, reti infrastrutturali, sistemi informativi comuni, quali basi per la gestione unitaria della partita informativa  e dell’accesso, di default, ai dati ambientali.

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