AMBIENTE URBANO, consumo di suolo, alluvioni, frane e siti contaminati

Il suolo è una risorsa non rinnovabile e nel rapporto sono presentati diversi indicatori che misurano la vulnerabilità del suolo, riferibile sia a fenomeni naturali che antropici, passando dai diversi pericoli che lo minacciano all’analisi degli strumenti per proteggerlo.

 Il suolo ha tante definizioni, per certo è una risorsa non rinnovabile ed è una delle poche matrici ambientali ancora non inserite direttamente nelle direttive europee. Neppure nel nostro contesto nazionale, esiste una legge quadro sulla protezione del suolo, ma quest’ultimo viene considerato all’interno di diversi ambiti legislativi, anche perché i differenti fenomeni che producono impatti sul suolo sono estremamente diversificati.

Il consumo di suolo è un fenomeno associato all’occupazione di superficie originariamente agricola, naturale o seminaturale che viene occupata da edifici, fabbricati, infrastrutture e da aree impermeabilizzate e a copertura artificiale, non necessariamente urbane. Le aree impermeabilizzate, alimentate dal consumo di suolo con un trend in ascesa o stabile, nonostante l’obiettivo europeo del “no net land take by 2050”, concorrono ad aumentare la vulnerabilità del suolo, attraverso l’aumento dell’erosione, del ruscellamento e del ristagno di acque dovuti alla mancata infiltrazione, fenomeni che potrebbero essere ulteriormente inaspriti dal potenziale aumento di frequenza di eventi estremi.
La valutazione mostra che le grandi metropoli sono quelle che hanno la maggior percentuale di consumo di suolo mentre sono piccole città come Olbia e Ragusa che detengono il maggior suolo consumato pro-capite.

Sono stati analizzati gli eventi alluvionali significativi del 2015 e degli ultimi 5 anni, che evidenziano come a un’innegabile modifica del regime pluviometrico, che ha accentuato il peso delle cause scatenanti dei dissesti, si sia sovrapposta l’azione di sistematica alterazione delle condizioni naturali originarie da parte dell’uomo, già dal primo dopoguerra e comunque prima dell’entrata in vigore dei Piani di assetto idrogeologico. Nei comuni capoluogo di provincia, le aree a pericolosità idraulica elevata (Dlgs 49/2010 di recepimento della direttiva Alluvioni), inondabili con tempo di ritorno tra 20 e 50 anni, sono pari al 7,4% della superficie totale, le aree a pericolosità media (tempo di ritorno tra 100 e 200 anni) sono pari al 16,2% del territorio e in esse vivono quasi 2 milioni di abitanti. Le città nelle quali è stato individuato un maggior rischio sono quelle lungo i grandi fiumi italiani (Po, Tevere, Arno) o in aree di pianura, oltre alla città di Genova. 12 comuni capoluogo hanno più di 50.000 abitanti a rischio. In queste situazioni, è di fondamentale importanza associare alle opere di mitigazione del rischio a scala di bacino, un sistema di allertamento della popolazione.

Altro fenomeno estremamente impattante, sia per l’incolumità della vita umana che delle per i danni a infrastrutture ed edifici, è quello dei fenomeni franosi. L’11,5% dell’area totale dei comuni censiti è compreso in aree a pericolosità da frana e in aree di attenzione dei Piani di assetto idrogeologico (PAI), il 3,3% se riduciamo l’analisi alle classi a maggiore pericolosità (elevata P3 e molto elevata P4), assoggettate ai vincoli di utilizzo del territorio più restrittivi. In questa pur ridotta percentuale di territorio vivono attualmente circa 170.000 abitanti, pari all’1% della popolazione totale dei Comuni capoluoghi di provincia. Circa 25 comuni capoluogo non sono interessati né da frane già verificatesi né da aree a pericolosità da frana PAI.

I dati per valutare il progresso nella gestione dei siti contaminati sarebbero numerosi e tutti di estremo interesse, sia a livello conoscitivo che gestionale.
Lo stato di avanzamento dei procedimenti mette in evidenza alcuni aspetti.
La caratterizzazione sia di suolo sia di acque sotterranee risulta eseguita per più del 50% in 12 su 14 SIN, a eccezione di Brescia-Caffaro e Taranto, 3 SIN su 14 hanno oltre il 50% delle aree con progetto di messa in sicurezza/bonifica approvato con decreto per il suolo e per le acque sotterranee. Viceversa, per quel che riguarda le aree con procedimento concluso, queste costituiscono percentuali marginali nella maggior parte dei SIN: in nessun caso si supera il 30% di procedimenti conclusi per i suoli o per le acque sotterranee. In termini assoluti si può osservare che le procedure di caratterizzazione sono a uno stadio avanzato, mentre i procedimenti conclusi o i progetti di bonifica approvati rappresentano una percentuale ancora esigua delle superfici dei SIN.

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