Effetti sulla salute associati all’esposizione ai PFAS

L’audizione presso il Congresso degli Stati Uniti d’America del NIEHS in tema di PFAS è stata l’occasione per presentare i risultati di alcune ricerche in materia

Dalle sale del Congresso degli Stati Uniti ad un raduno internazionale a Zurigo, oggi scienziati, ricercatori, legislatori, politici stanno cercando di rispondere alle crescenti preoccupazioni per la salute umana derivanti da una classe di sostanze chimiche note con l’acronimo PFAS.

Le sostanze per-fluoro-alchiliche (PFAS), per le loro peculiari caratteristiche fisiche e chimiche, sono state ampiamente utilizzate dagli anni ’50 nell’industria e nel commercio e sono pertanto presenti in diversi prodotti comuni (pentole antiaderenti, indumenti idrorepellenti, tessuti e tappeti resistenti alle macchie, alcuni cosmetici, alcune schiume antincendio e prodotti resistenti a grasso, acqua e olio).

Le stesse peculiarità rendono tuttavia queste sostanze altamente persistenti e diffuse in tutti i comparti ambientali con una presenza particolarmente rilevante nel comparto idrico e ne sono ormai riconosciuti gli effetti sulla salute umana.

Gli esseri umani sono esposti ai PFAS attraverso una miriade di pratiche e prodotti. L’ingestione, in particolare attraverso l’acqua potabile, è la via di esposizione umana predominante; dopo anni di utilizzo, i PFAS sono stati infatti trovati sia nelle acque superficiali che in quelle sotterranee, causando esposizione, oltre che attraverso l’ingestione, anche per inalazione durante la doccia e per assorbimento cutaneo. I contenitori per gli alimenti, l’abbigliamento e i mobili resistenti alle macchie costituiscono altri possibili percorsi di esposizione per l’uomo.

Le attuali conoscenze relative agli effetti sulla salute umana derivano da studi condotti su animali e da indagini epidemiologiche su lavoratori e popolazioni esposte, svolti principalmente negli Stati Uniti. La ricerca condotta fino ad oggi ha rilevato associazioni tra esposizione a PFAS e specifici effetti negativi sulla salute umana; qui riportiamo gli esiti di alcune ricerche che sono stati presentati in occasione dell’audizione del National Institute of Environmental Health Sciences (NIEHS) e del National Toxicology Program (NTP) presso il Congresso degli Stati Uniti d’America lo scorso settembre 2018.

Possibili effetti avversi sulla salute umana

  • Disfunzioni del sistema immunitario: nel 2016, il National Toxicology Program (NTP) ha concluso che il PFOA e il PFOS (due PFAS più comunemente usati e trovati nell’ambiente) sono considerati un rischio per la funzione del sistema immunitario sano negli esseri umani; l’esposizione degli adulti ai PFAS è stata anche associata ad una diminuzione nella produzione di anticorpi.
  • Cancro: i dati epidemiologici sulle associazioni tra PFAS e rischio di cancro sono limitati, gli studi condotti mostrano che le persone esposte ad alti livelli di PFAS possono avere un aumento del rischio di cancro al rene o ai testicoli, tuttavia, questi studi potrebbero non aver esaminato altri fattori come il fumo. Altre ricerche condotte su animali hanno dimostrato come PFOA e PFOS possono causare cancro al fegato, ai testicoli, al pancreas e alla tiroide. Tuttavia, alcuni scienziati ritengono che gli esseri umani potrebbero non sviluppare gli stessi tumori degli animali.
  • Sviluppo cognitivo e neurocomportamentale dei bambini: alcuni studi epidemiologici sull’uomo hanno mostrato associazioni tra alcuni PFAS ed effetti sullo sviluppo. Uno studio sull’uomo ha rilevato un’associazione tra esposizione ai PFAS durante la gravidanza e diminuzione del peso alla nascita e della circonferenza della testa, solo nei maschi. Altri studi hanno dimostrato relazioni tra esposizione prenatale a determinati PFAS (soprattutto PFOS) ed effetti neurocomportamentali come, ad esempio, abilità cognitive, sviluppo psicomotorio, disturbo da deficit dell’attenzione e iperattività.
  • Disturbi endocrini: gli studi suggeriscono che l’esposizione precoce ad alcuni PFAS può contribuire allo sviluppo di malattie metaboliche, tra cui l’obesità e il diabete di tipo 2. Sebbene sia necessaria un’ulteriore conferma, i risultati di uno studio suggeriscono che l’esposizione ad alcuni PFAS durante la gravidanza possa influenzare il metabolismo dei lipidi e la tolleranza al glucosio. Sembra che alcuni PFAS possano anche influenzare il peso corporeo più avanti nella vita. La fertilità è un altro risultato correlato agli effetti endocrini: una revisione della letteratura sulle recenti prove epidemiologiche umane sull’associazione tra esposizione ad alcuni PFAS e misure di fertilità umana mostra il potenziale di effetti sulla fecondabilità femminile (cioè la probabilità di concepimento).

Dalla sommaria rassegna degli studi condotti, emerge senza dubbio come sia necessario intensificare la ricerca in questo campo; se infatti negli ultimi anni la conoscenza delle associazioni epidemiologiche è costantemente cresciuta, molte domande rimangono ancora senza risposta ed occorre migliorare la comprensione dei potenziali meccanismi e processi biologici attraverso cui i PFAS possono avere un impatto sulla salute umana. Un gruppo di oltre 50 scienziati e regolatori internazionali si è riunito nel novembre 2017 a Zurigo, in Svizzera, e ha identificato e condiviso esigenze ed obiettivi in materia di PFAS, formulando raccomandazioni per tutti coloro che svolgono ricerca, legiferano ed utilizzano tali sostanze, esortandoli a collaborare. Al termine del workshop è stato redatto un documento (così detta dichiarazione di Zurigo), che è stato anche pubblicato ad agosto scorso sulla rivista Environmental Health Perspectives.

Per approfondimenti visita anche il sito Web dell’Agenzia statunitense per le sostanze tossiche e il registro delle malattie

Testo di Maddalena Bavazzano

Come comunicare in modo efficace i cambiamenti climatici

I suggerimenti dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), il principale organismo internazionale per la valutazione dei cambiamenti climatici

Riscaldamento globale, impoverimento dell’ozono stratosferico, emissioni di gas serra, forcing radiativo, desertificazione, resilienza, vulnerabilità: quando si parla di cambiamenti climatici, soprattutto ad un pubblico non tecnico, non è sempre facile e si possono incontrare difficoltà a tradurre concetti tecnici e spesso complessi in messaggi comprensibili.

Partendo da questa criticità, l’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), il principale organismo internazionale per la valutazione dei cambiamenti climatici, ha voluto produrre una guida che definisce modi e “regole” per comunicare efficacemente questa materia al vasto pubblico. Ha quindi chiesto a Climate Outreach, uno dei massimi esperti europei in comunicazione del cambiamento climatico, di elaborare un manuale di comunicazione, scientificamente fondato e dal taglio pratico, quale strumento in mano alla comunità scientifica per coinvolgere e sensibilizzare l’opinione pubblica.

Per presentare i 6 principi è stato realizzato anche un breve video

Alla base della guida ci sono 6 principi chiave, trattati attraverso riferimenti puntuali e dettagliati, consigli pratici ed esempi applicativi:

  1. Mostrarsi sicuri nel comunicare: agire e parlare con sicurezza e sincerità aiuta ad instaurare un rapporto di fiducia con il pubblico.
  2. Parlare di cose reali e non di concetti astratti: i numeri del cambiamento climatico sono troppo distanti dall’esperienza quotidiana, è meglio iniziare la discussione sul clima partendo da esperienze comuni, usando un linguaggio chiaro ed esempi più vicini possibile al pubblico a cui ci si rivolge; evitare il “distanziamento psicologico”, ovvero la tendenza a ridurre il cambiamento climatico ad un problema che si manifesterà in un futuro lontano e colpirà soltanto chi vive in località remote.
  3. Toccare i temi su cui il pubblico è più sensibile: se si fa riferimento a valori ampiamente condivisi o argomenti di interesse locale, è più probabile che argomentazioni scientifiche vengano ascoltate; limitarsi a riportate i fatti non basta a catturare l’attenzione del pubblico ma bisogna riuscire a metterli in relazione con i valori morali di chi ci ascolta.
  4. Raccontare una storia avvincente, usando una struttura di tipo narrativo e mostrando il volto umano che sta dietro la scienza; le persone comuni sono infatti molto più abituate a scambiarsi informazioni attraverso storie che non tramite grafici e numeri, inoltre, un elemento di empatia fra scienziati e pubblico è la condivisione di qualcosa di personale al di fuori del lavoro.
  5. Concentrarsi su ciò che si sa e su cui c’è forte consenso scientifico, prima di affrontare ciò che è incerto; non si può infatti ignorare che l’incertezza è parte integrante della climatologia.
  6. Usare una comunicazione visiva di maggiore impatto; attualmente per parlare di cambiamento climatico si usa un set di immagini molto ristretto (orsi polari, calotte glaciali che si sciolgono, camini fumanti..) che rischiano di non coinvolgere il pubblico e sminuire la portata e il valore del problema. Meglio sarebbe usare immagini che raccontano, ad esempio, comportamenti che le persone possono mettere in atto, oppure “soluzioni” reali al cambiamento climatico o ancora gli effetti dei cambiamenti climatici su scala locale.

È possibile scaricare il manuale sul sito Web di Climate Outreach

Climate-Outreach-Manuale-per-gli-autori-dellIPCC

 

Testo di Maddalena Bavazzano

Inquinamento da mercurio: livelli troppo alti in fiumi e laghi d’Europa

Il mercurio è ancora una fonte importante di inquinamento in Europa, nonostante l’Unione europea ne abbia vietato o limitato l’uso in molti prodotti e processi industriali.

Le emissioni di mercurio continuano a rappresentare un rischio significativo per l’ambiente e per la salute umana, secondo un rapporto dell’Agenzia europea per l’ambiente (EEA), che descrive il problema dell’inquinamento proveniente da questo metallo pesante e le sfide necessarie per affrontare la questione a livello globale. Il rapporto, con l’ausilio di immagini, infografiche e grafici, rappresenta anche uno strumento divulgativo per il largo pubblico che vi può trovare utili informazioni e suggerimenti per ridurre la propria esposizione.

Storicamente, l’uso e le emissioni di mercurio in Europa sono stati elevati, tuttavia, negli ultimi decenni, sono state adottate misure per minimizzare entrambi, ad esempio limitando o vietando l’uso e imponendo limiti alle emissioni. Sfortunatamente, a livello mondiale, a causa di attività come la combustione del carbone e l’estrazione dell’oro, le emissioni sono aumentate ed hanno avuto un impatto anche sull’ambiente europeo, data la natura globale dell’inquinamento da mercurio: circa il 50% di questo metallo depositato ogni anno in Europa proviene infatti da paesi extraeuropei, con il 30% proveniente solo dall’Asia.

Le attività antropogeniche che emettono mercurio possono essere suddivise in due categorie (vedi immagine a seguire):

  • processi produttivi che utilizzano intenzionalmente mercurio (ad esempio produzione di cloruro di vinile),
  • altri processi che non utilizzano intenzionalmente il mercurio, ma determinano comunque il suo rilascio in ambiente, generalmente in quanto impurità in una materia prima (ad esempio la combustione di combustibili solidi come carbone, lignite e legno, che rilascia involontariamente il mercurio).

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Uno dei principali problemi con il mercurio è poi la sua persistenza: una volta che viene rilasciato nell’ambiente, ad esempio attraverso la combustione del carbone, può circolare attraverso l’aria, la terra, l’acqua e gli animali per migliaia di anni. Nell’immagine a seguire è rappresentato il suo ciclo globale (cliccando sull’immagine si può ingrandire).

TH-AL-18-011-EN-N Mercury in Europe s environment

In atmosfera, gli attuali livelli di mercurio sono fino al 500% sopra quelli naturali. Negli oceani, le concentrazioni sono circa 200% sopra i livelli naturali.

Proprio gli oceani, i fiumi e i laghi sono messi maggiormente a rischio da questo metallo pesante, che qui vi assume una forma altamente tossica (metilmercurio) che viene facilmente assorbita dagli animali, compresi i pesci, e si sposta sulla catena alimentare fino a raggiungere gli umani. Questo infatti è il modo principale in cui gli esseri umani sono esposti al mercurio, che rappresenta un rischio particolare e significativo per lo sviluppo neurologico di feti, neonati e bambini.

I più recenti dati di monitoraggio dei corpi idrici mostrano come circa 46.000 corpi idrici superficiali nell’UE, su circa 111.000, non soddisfano i livelli stabiliti per proteggere gli uccelli e i mammiferi che si nutrono di pesce.

È inoltre ormai ampiamente dimostrato come le conseguenze dei cambiamenti climatici aumenteranno il rischio presentato da questo metallo nel nostro ambiente:

  • le inondazioni provocheranno l’erosione dei terreni e il rilascio di mercurio in ambiente,
  • un aumento delle precipitazioni causerà una maggiore deposizione di mercurio in atmosfera,
  • lo scongelamento del suolo ghiacciato (permafrost), che immagazzina grandi quantità di mercurio, costituirà un’importante fonte di emissioni.

Altri impatti sono costituiti, ad esempio, dagli incendi boschivi, che determineranno il rilascio di mercurio in atmosfera (il legno ne contiene piccole quantità che vengono rilasciate durante la combustione). Ancora più importante, gli aumenti delle temperature degli oceani possono determinare un aumento dei livelli di mercurio negli animali marini.

L’Unione europea ha già vietato o limitato l’uso di questo metallo in molti prodotti e processi industriali: la Convenzione di Minamata, che è stata firmata da oltre 120 paesi ed è entrata in vigore nel 2017, rappresenta la principale iniziativa globale per proteggere la salute umana e l’ambiente da mercurio. Richiede ai paesi di mettere in atto controlli e riduzioni su una vasta gamma di prodotti, processi e industrie in cui il metallo è utilizzato, rilasciato o emesso.

Il rapporto dell’Agenzia europea per l’ambiente ricorda tuttavia che, anche con un’azione globale immediata, ci vorrà molto tempo prima che l’inquinamento da mercurio diminuisca fino ai livelli pre-industriali. La legislazione europea in materia è già più severa dei requisiti della Convenzione e contribuirà a ridurre al minimo l’impatto di questo metallo pesante.

Si possono anche intraprendere azioni individuali per ridurre al minimo l’esposizione personale e sostenere la legislazione europea, ad esempio essere a conoscenza dei consigli nazionali sulla sicurezza alimentare relativa al consumo di pesce, smaltire correttamente i rifiuti contenenti mercurio come lampadine e batterie e considerare alternative alla combustione di combustibile solido per il riscaldamento (riportiamo qui nostra traduzione di un’infografica dell’EEA).

Per approfondimenti: leggi il report dell’Agenzia europea per l’ambiente Mercury in Europe’s environment A priority for European and global action

Testo di Maddalena Bavazzano

Come sono riscaldate le case dei toscani

I dati provenienti dal Catasto Impianti Termici della Toscana: la legna e il pellet rappresentano l’1% dei combustibili usati negli impianti di riscaldamento della regione, il metano supera il 90%.

Il freddo sta arrivando e nelle case dei toscani iniziano ad accendersi i riscaldamenti, ma vediamo quali sono le tipologie di impianti presenti nella nostra regione. Per tracciare un quadro siamo andati a consultare i dati, aggiornati ad agosto 2018, provenienti dal Catasto Impianti Termici gestito dal Sistema Informativo regionale sull’Efficienza Energetica della Regione Toscana. I dati qui presentati non comprendono gli impianti dei comuni di Firenze e di Grosseto e quindi le conclusioni tratte nell’articolo sono valide al netto di questi dati.

Tipologia di impianti di riscaldamento in ToscanaEmerge dunque che il 90,7% degli impianti di riscaldamento in Toscana sono alimentati a gas metano, seguono con il 6,4% quelli a Gpl, l’1,8% a combustibile liquido (gasolio, kerosene, oli combustibili), l’1% a biomassa (legna e pellet) e lo 0,1% a carbone (torba, coke, antracite).

Nel dettaglio, questa la situazione delle dieci province toscane.

La provincia più riscaldata dal metano risulta quella di Prato, con il 97,8% degli impianti censiti, seguiti dallo 1,8% alimentato a Gpl, 0,2% a combustibile liquido, 0,1% a carbone ed un altro 0,1% a biomassa.

La provincia invece meno metanizzata risulta Grosseto, dove il 71,4% degli impianti è alimentato a metano, il 22,4% a Gpl, il 5,7% a combustibile liquido e lo 0,4% a biomassa. In questa provincia non risulta usato il carbone per alimentare gli impianti di riscaldamento.

Anche nelle province di Pistoia, Siena e Livorno risulta assente il carbone quale combustibile.
In provincia di Pistoia il metano è usato nel 96,3% degli impianti, seguito dal combustibile liquido nell’1,9%, il Gpl nell’1% e la biomassa nello 0,8%. Stessa classifica per la provincia di Siena, anche se qui il combustibile liquido raggiunge il 4,7% (94,5% metano, 0,6% Gpl e 0,1% biomassa).

Il Gpl è il secondo combustibile più usato nella provincia di Livorno con una percentuale di 8,4%, (89,4% metano, 1,6% combustibile liquido e 0,6% biomassa).

Percentuali sopra il 90% di impianti a metano si registrano anche nelle province di Pisa, Firenze e Massa Carrara, rispettivamente con 95%, 91,7% e 90,5%, seguono in tutti e tre i casi gli impianti alimentati a Gpl (4,3%, 6,9%, 7,5%).

In provincia di Pisa segue poi il carbone con 0,5%, il combustibile liquido con 0,2%, infine la biomassa con 0,1%. In provincia di Firenze il combustibile liquido con 0,71%, la biomassa con 0,66% e infine il carbone con 0,02%. Infine in provincia di Massa Carrara il combustibile liquido con 1,2%, la biomassa con 0,8% e il carbone con 0,003%.

In provincia di Arezzo ci si scalda nell’88% dei casi con metano, segue il Gpl con 9,9%, il combustibile liquido con 1,2%, la biomassa con 1% e infine il carbone con 0,1%.

La provincia di Lucca registra la percentuale più alta, in Toscana, di impianti a biomassa (4,6%); il resto degli impianti è così distribuito: 86,1% metano, 6,9% Gpl, 2,5% combustibile liquido e 0,01% carbone.

Impianti a biomassa ToscanaSoffermandoci su una particolare tipologia di impianti, quelli alimentati a biomassa(legna e pellet), possiamo vedere che in Toscana risultano censiti 15.521 impianti di questo tipo, la maggioranza dei quali (58,5%) collocati nel territorio della provincia di Lucca.

Ricordiamo come la combustione di biomassa (legna, pellet) per il riscaldamento domestico, nonché per lo smaltimento degli scarti vegetali tramite abbruciamento, rappresenta la principale sorgente di inquinamento per il PM10. Tale sorgente contribuisce infatti, nei giorni di superamento, nelle stazioni di fondo della Toscana, dal 37% fino al 52%.

Per questo motivo il Piano regionale per la qualità dell’aria (PRQA) ha inserito alcuni interventi strutturali proprio in questo ambito. Li ricordiamo qui:

  • divieto utilizzo biomassa per il riscaldamento nelle nuove costruzioni o ristrutturazioni: misura applicata ai soli comuni critici per il PM10 e alle sole aree di superamento (zone di fondovalle fino ad una altezza di 200 metri). Dalla misura sono escluse in ogni caso le aree non metanizzate e le ristrutturazioni dove sono già presenti impianti di riscaldamento a biomassa;
  • prescrizione di efficienza minima per gli impianti termici a biomassa ad uso civile: divieto di installazione di generatori di calore aventi la certificazione o certificati con qualità inferiore a 4 stelle (DM 186/2017), applicabile alle nuove costruzioni e alle ristrutturazioni edilizie;
  • potenziamento dei controlli sugli impianti domestici destinati al riscaldamento, in modo prioritario quelli a biomassa.

Tra gli interventi contingibili ed urgenti, il Piano individua poi le Ordinanze di limitazione dell’utilizzo di biomassa per il riscaldamento, da prevedere nei Piani di azione comunale; l’utilizzo di biomassa per riscaldamento domestico potrà essere ammesso solo con impianti ad alta efficienza, fatte salve le abitazioni dove non siano presenti sistemi alternativi di riscaldamento.

Il Piano, approvato lo scorso mese di luglio 2018, intende dunque ridurre le emissioni provenienti dagli impianti alimentati a biomassa, incentivando l’installazione di pompe di calore, preferibilmente asservite da pannelli fotovoltaici, per il condizionamento degli edifici, oltre che interventi per la migliore coibentazione degli stessi. Per questo, oltre a valorizzare le detrazioni fiscali previste per i cittadini che realizzano queste opere, il PRQA mette a disposizione finanziamenti diretti per poter agire in questa direzione.

Come si evince dai dati all’inizio riportati, in Toscana, ad esclusione delle Province di Grosseto, Livorno, Pistoia e Siena, se pur in maniera residuale esistono anche impianti alimentati con combustibile solido non rinnovabile, ovvero carbone in tutte le sue forme (ad esempio torba, coke, antracite). La maggior parte di questi impianti (79,5%) si trova nella Provincia di Pisa.

Impianti alimentati a carbone in tutte le sue forme (ad esempio torba, coke, antracite)
Provincia
Arezzo 68
Firenze 65
Grosseto 0
Livorno 0
Lucca 13
Massa Carrara 3
Pisa 948
Pistoia 0
Prato 96
Siena 0

Testo di Maddalena Bavazzano

Dibattito pubblico e grandi opere, in vigore il decreto attuativo del Codice degli appalti

Il decreto attuativo dell’art.22 del Codice degli appalti norma il dibattito pubblico in Italia, prevedendo un ruolo di cittadini e territori nelle procedure di “informazione, partecipazione e confronto pubblico sull’opportunità, le finalità e le soluzioni progettuali di opere, progetti o interventi pubblici”. Manca ancora un tassello per le piena operatività della norma. Continua a leggere Dibattito pubblico e grandi opere, in vigore il decreto attuativo del Codice degli appalti

“Il dialogo e la condivisione per la tutela della salute e dell’ambiente”, convegno a Pisa

Il convegno “Il dialogo e la condivisione per la tutela della salute e dell’ambiente” previsto a Pisa per il 21 e 22 settembre affronterà la complessità dei fattori che legano l’ambiente alla salute umana e la molteplicità degli attori coinvolti per tendere ad un’azione unitaria, coordinata e sinergica.

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Cibo, un’impronta diversa

Ogni nostra azione ha effetto sul Pianeta: da come scegliamo di spostarci, a cosa utilizziamo per riscaldare e rinfrescare le nostre case, a cosa mangiamo. E proprio riguardo al cibo molte persone stanno scegliendo regimi alimentari differenti per cercare di ridurre le emissioni di gas serra o il consumo di suolo. Leggi l’articolo su Micron

Arpa Sicilia presenta i risultati del monitoraggio 2017 sulla qualità delle acque destinate alla vita dei molluschi, dati non positivi

Il monitoraggio previsto dal D.Lgs.152/06 realizzato da Arpa Sicilia per valutare la qualità delle acque destinate alla vita dei molluschi 2017 mostra dati non positivi. Continua a leggere Arpa Sicilia presenta i risultati del monitoraggio 2017 sulla qualità delle acque destinate alla vita dei molluschi, dati non positivi

Snpa, disponibili gli interventi delle giornate di studio sulla caratterizzazione chimica del particolato atmosferico

In un book of abstracts i riassunti dei contributi portati dai relatori delle diverse Agenzie ambientali e Università italiane che hanno partecipato alle giornate di studio e aggiornamento dedicate alla
caratterizzazione chimica del particolato atmosferico e delle sorgenti, organizzate da ArpaT e ArpaFVG (Firenze, maggio 2018),  con il patrocinio di AssoArpa.

Continua a leggere Snpa, disponibili gli interventi delle giornate di studio sulla caratterizzazione chimica del particolato atmosferico

Micron – La storia di Roma nei ghiacci della Groenlandia

La società romana ha spesso anticipato in molti campi i caratteri delle moderne civiltà occidentali e il loro stile di vita, lasciando molti tipi di tracce, dalla letteratura all’ingegneria. Ora abbiamo la conferma che ciò è avvenuto anche per l’inquinamento dell’aria, dell’acqua e dei suoli. Questo, però, ci permette anche di comprendere meglio le fasi della sua storia. Vai all’articolo completo, rivista Micron >

Ecco perché le zanzare ci pungono

È il caso di dirlo: fastidioso come una zanzara. Conosciamo bene l’insistenza con cui questi piccoli insetti, attratti dal nostro odore, ci ronzano intorno nelle notti estive, tentando di pungerci per suggere un po’ di sangue. Ma i nostri sforzi per allontanarle potrebbero non essere del tutto vani.

Leggi l’articolo completo sulla rivista micron.

Arriva l’estate torna l’allarme ozono

Con l’arrivo dell’estate, ARPAT mette a disposizione del pubblico due nuovi strumenti informativi sul tema dell’ozono: una Scheda informativa e una brochure della collana “Chi fa cosa in Toscana”.
Leggi tutto l’articolo sul sito di ARPAT.

Ozono, sorvegliato speciale in estate

Se durante la stagione invernale in pianura padana è il particolato (PM10 e PM2.5) l’inquinante che più influisce sulla qualità dell’aria, con l’arrivo della stagione estiva sono invece le concentrazioni di ozono a preoccupare maggiormente. Continua a leggere Ozono, sorvegliato speciale in estate

Incendi di attività industriali in Toscana nel 2017

Gli incendi ed il conseguente rilascio di sostanze in atmosfera costituiscono una delle tipologie di emergenze ambientali che implicano l’attivazione di ARPAT.

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