Effetti sulla salute associati all’esposizione ai PFAS

L’audizione presso il Congresso degli Stati Uniti d’America del NIEHS in tema di PFAS è stata l’occasione per presentare i risultati di alcune ricerche in materia

Dalle sale del Congresso degli Stati Uniti ad un raduno internazionale a Zurigo, oggi scienziati, ricercatori, legislatori, politici stanno cercando di rispondere alle crescenti preoccupazioni per la salute umana derivanti da una classe di sostanze chimiche note con l’acronimo PFAS.

Le sostanze per-fluoro-alchiliche (PFAS), per le loro peculiari caratteristiche fisiche e chimiche, sono state ampiamente utilizzate dagli anni ’50 nell’industria e nel commercio e sono pertanto presenti in diversi prodotti comuni (pentole antiaderenti, indumenti idrorepellenti, tessuti e tappeti resistenti alle macchie, alcuni cosmetici, alcune schiume antincendio e prodotti resistenti a grasso, acqua e olio).

Le stesse peculiarità rendono tuttavia queste sostanze altamente persistenti e diffuse in tutti i comparti ambientali con una presenza particolarmente rilevante nel comparto idrico e ne sono ormai riconosciuti gli effetti sulla salute umana.

Gli esseri umani sono esposti ai PFAS attraverso una miriade di pratiche e prodotti. L’ingestione, in particolare attraverso l’acqua potabile, è la via di esposizione umana predominante; dopo anni di utilizzo, i PFAS sono stati infatti trovati sia nelle acque superficiali che in quelle sotterranee, causando esposizione, oltre che attraverso l’ingestione, anche per inalazione durante la doccia e per assorbimento cutaneo. I contenitori per gli alimenti, l’abbigliamento e i mobili resistenti alle macchie costituiscono altri possibili percorsi di esposizione per l’uomo.

Le attuali conoscenze relative agli effetti sulla salute umana derivano da studi condotti su animali e da indagini epidemiologiche su lavoratori e popolazioni esposte, svolti principalmente negli Stati Uniti. La ricerca condotta fino ad oggi ha rilevato associazioni tra esposizione a PFAS e specifici effetti negativi sulla salute umana; qui riportiamo gli esiti di alcune ricerche che sono stati presentati in occasione dell’audizione del National Institute of Environmental Health Sciences (NIEHS) e del National Toxicology Program (NTP) presso il Congresso degli Stati Uniti d’America lo scorso settembre 2018.

Possibili effetti avversi sulla salute umana

  • Disfunzioni del sistema immunitario: nel 2016, il National Toxicology Program (NTP) ha concluso che il PFOA e il PFOS (due PFAS più comunemente usati e trovati nell’ambiente) sono considerati un rischio per la funzione del sistema immunitario sano negli esseri umani; l’esposizione degli adulti ai PFAS è stata anche associata ad una diminuzione nella produzione di anticorpi.
  • Cancro: i dati epidemiologici sulle associazioni tra PFAS e rischio di cancro sono limitati, gli studi condotti mostrano che le persone esposte ad alti livelli di PFAS possono avere un aumento del rischio di cancro al rene o ai testicoli, tuttavia, questi studi potrebbero non aver esaminato altri fattori come il fumo. Altre ricerche condotte su animali hanno dimostrato come PFOA e PFOS possono causare cancro al fegato, ai testicoli, al pancreas e alla tiroide. Tuttavia, alcuni scienziati ritengono che gli esseri umani potrebbero non sviluppare gli stessi tumori degli animali.
  • Sviluppo cognitivo e neurocomportamentale dei bambini: alcuni studi epidemiologici sull’uomo hanno mostrato associazioni tra alcuni PFAS ed effetti sullo sviluppo. Uno studio sull’uomo ha rilevato un’associazione tra esposizione ai PFAS durante la gravidanza e diminuzione del peso alla nascita e della circonferenza della testa, solo nei maschi. Altri studi hanno dimostrato relazioni tra esposizione prenatale a determinati PFAS (soprattutto PFOS) ed effetti neurocomportamentali come, ad esempio, abilità cognitive, sviluppo psicomotorio, disturbo da deficit dell’attenzione e iperattività.
  • Disturbi endocrini: gli studi suggeriscono che l’esposizione precoce ad alcuni PFAS può contribuire allo sviluppo di malattie metaboliche, tra cui l’obesità e il diabete di tipo 2. Sebbene sia necessaria un’ulteriore conferma, i risultati di uno studio suggeriscono che l’esposizione ad alcuni PFAS durante la gravidanza possa influenzare il metabolismo dei lipidi e la tolleranza al glucosio. Sembra che alcuni PFAS possano anche influenzare il peso corporeo più avanti nella vita. La fertilità è un altro risultato correlato agli effetti endocrini: una revisione della letteratura sulle recenti prove epidemiologiche umane sull’associazione tra esposizione ad alcuni PFAS e misure di fertilità umana mostra il potenziale di effetti sulla fecondabilità femminile (cioè la probabilità di concepimento).

Dalla sommaria rassegna degli studi condotti, emerge senza dubbio come sia necessario intensificare la ricerca in questo campo; se infatti negli ultimi anni la conoscenza delle associazioni epidemiologiche è costantemente cresciuta, molte domande rimangono ancora senza risposta ed occorre migliorare la comprensione dei potenziali meccanismi e processi biologici attraverso cui i PFAS possono avere un impatto sulla salute umana. Un gruppo di oltre 50 scienziati e regolatori internazionali si è riunito nel novembre 2017 a Zurigo, in Svizzera, e ha identificato e condiviso esigenze ed obiettivi in materia di PFAS, formulando raccomandazioni per tutti coloro che svolgono ricerca, legiferano ed utilizzano tali sostanze, esortandoli a collaborare. Al termine del workshop è stato redatto un documento (così detta dichiarazione di Zurigo), che è stato anche pubblicato ad agosto scorso sulla rivista Environmental Health Perspectives.

Per approfondimenti visita anche il sito Web dell’Agenzia statunitense per le sostanze tossiche e il registro delle malattie

Testo di Maddalena Bavazzano

Come comunicare in modo efficace i cambiamenti climatici

I suggerimenti dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), il principale organismo internazionale per la valutazione dei cambiamenti climatici

Riscaldamento globale, impoverimento dell’ozono stratosferico, emissioni di gas serra, forcing radiativo, desertificazione, resilienza, vulnerabilità: quando si parla di cambiamenti climatici, soprattutto ad un pubblico non tecnico, non è sempre facile e si possono incontrare difficoltà a tradurre concetti tecnici e spesso complessi in messaggi comprensibili.

Partendo da questa criticità, l’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), il principale organismo internazionale per la valutazione dei cambiamenti climatici, ha voluto produrre una guida che definisce modi e “regole” per comunicare efficacemente questa materia al vasto pubblico. Ha quindi chiesto a Climate Outreach, uno dei massimi esperti europei in comunicazione del cambiamento climatico, di elaborare un manuale di comunicazione, scientificamente fondato e dal taglio pratico, quale strumento in mano alla comunità scientifica per coinvolgere e sensibilizzare l’opinione pubblica.

Per presentare i 6 principi è stato realizzato anche un breve video

Alla base della guida ci sono 6 principi chiave, trattati attraverso riferimenti puntuali e dettagliati, consigli pratici ed esempi applicativi:

  1. Mostrarsi sicuri nel comunicare: agire e parlare con sicurezza e sincerità aiuta ad instaurare un rapporto di fiducia con il pubblico.
  2. Parlare di cose reali e non di concetti astratti: i numeri del cambiamento climatico sono troppo distanti dall’esperienza quotidiana, è meglio iniziare la discussione sul clima partendo da esperienze comuni, usando un linguaggio chiaro ed esempi più vicini possibile al pubblico a cui ci si rivolge; evitare il “distanziamento psicologico”, ovvero la tendenza a ridurre il cambiamento climatico ad un problema che si manifesterà in un futuro lontano e colpirà soltanto chi vive in località remote.
  3. Toccare i temi su cui il pubblico è più sensibile: se si fa riferimento a valori ampiamente condivisi o argomenti di interesse locale, è più probabile che argomentazioni scientifiche vengano ascoltate; limitarsi a riportate i fatti non basta a catturare l’attenzione del pubblico ma bisogna riuscire a metterli in relazione con i valori morali di chi ci ascolta.
  4. Raccontare una storia avvincente, usando una struttura di tipo narrativo e mostrando il volto umano che sta dietro la scienza; le persone comuni sono infatti molto più abituate a scambiarsi informazioni attraverso storie che non tramite grafici e numeri, inoltre, un elemento di empatia fra scienziati e pubblico è la condivisione di qualcosa di personale al di fuori del lavoro.
  5. Concentrarsi su ciò che si sa e su cui c’è forte consenso scientifico, prima di affrontare ciò che è incerto; non si può infatti ignorare che l’incertezza è parte integrante della climatologia.
  6. Usare una comunicazione visiva di maggiore impatto; attualmente per parlare di cambiamento climatico si usa un set di immagini molto ristretto (orsi polari, calotte glaciali che si sciolgono, camini fumanti..) che rischiano di non coinvolgere il pubblico e sminuire la portata e il valore del problema. Meglio sarebbe usare immagini che raccontano, ad esempio, comportamenti che le persone possono mettere in atto, oppure “soluzioni” reali al cambiamento climatico o ancora gli effetti dei cambiamenti climatici su scala locale.

È possibile scaricare il manuale sul sito Web di Climate Outreach

Climate-Outreach-Manuale-per-gli-autori-dellIPCC

 

Testo di Maddalena Bavazzano

Inquinamento da mercurio: livelli troppo alti in fiumi e laghi d’Europa

Il mercurio è ancora una fonte importante di inquinamento in Europa, nonostante l’Unione europea ne abbia vietato o limitato l’uso in molti prodotti e processi industriali.

Le emissioni di mercurio continuano a rappresentare un rischio significativo per l’ambiente e per la salute umana, secondo un rapporto dell’Agenzia europea per l’ambiente (EEA), che descrive il problema dell’inquinamento proveniente da questo metallo pesante e le sfide necessarie per affrontare la questione a livello globale. Il rapporto, con l’ausilio di immagini, infografiche e grafici, rappresenta anche uno strumento divulgativo per il largo pubblico che vi può trovare utili informazioni e suggerimenti per ridurre la propria esposizione.

Storicamente, l’uso e le emissioni di mercurio in Europa sono stati elevati, tuttavia, negli ultimi decenni, sono state adottate misure per minimizzare entrambi, ad esempio limitando o vietando l’uso e imponendo limiti alle emissioni. Sfortunatamente, a livello mondiale, a causa di attività come la combustione del carbone e l’estrazione dell’oro, le emissioni sono aumentate ed hanno avuto un impatto anche sull’ambiente europeo, data la natura globale dell’inquinamento da mercurio: circa il 50% di questo metallo depositato ogni anno in Europa proviene infatti da paesi extraeuropei, con il 30% proveniente solo dall’Asia.

Le attività antropogeniche che emettono mercurio possono essere suddivise in due categorie (vedi immagine a seguire):

  • processi produttivi che utilizzano intenzionalmente mercurio (ad esempio produzione di cloruro di vinile),
  • altri processi che non utilizzano intenzionalmente il mercurio, ma determinano comunque il suo rilascio in ambiente, generalmente in quanto impurità in una materia prima (ad esempio la combustione di combustibili solidi come carbone, lignite e legno, che rilascia involontariamente il mercurio).

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Uno dei principali problemi con il mercurio è poi la sua persistenza: una volta che viene rilasciato nell’ambiente, ad esempio attraverso la combustione del carbone, può circolare attraverso l’aria, la terra, l’acqua e gli animali per migliaia di anni. Nell’immagine a seguire è rappresentato il suo ciclo globale (cliccando sull’immagine si può ingrandire).

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In atmosfera, gli attuali livelli di mercurio sono fino al 500% sopra quelli naturali. Negli oceani, le concentrazioni sono circa 200% sopra i livelli naturali.

Proprio gli oceani, i fiumi e i laghi sono messi maggiormente a rischio da questo metallo pesante, che qui vi assume una forma altamente tossica (metilmercurio) che viene facilmente assorbita dagli animali, compresi i pesci, e si sposta sulla catena alimentare fino a raggiungere gli umani. Questo infatti è il modo principale in cui gli esseri umani sono esposti al mercurio, che rappresenta un rischio particolare e significativo per lo sviluppo neurologico di feti, neonati e bambini.

I più recenti dati di monitoraggio dei corpi idrici mostrano come circa 46.000 corpi idrici superficiali nell’UE, su circa 111.000, non soddisfano i livelli stabiliti per proteggere gli uccelli e i mammiferi che si nutrono di pesce.

È inoltre ormai ampiamente dimostrato come le conseguenze dei cambiamenti climatici aumenteranno il rischio presentato da questo metallo nel nostro ambiente:

  • le inondazioni provocheranno l’erosione dei terreni e il rilascio di mercurio in ambiente,
  • un aumento delle precipitazioni causerà una maggiore deposizione di mercurio in atmosfera,
  • lo scongelamento del suolo ghiacciato (permafrost), che immagazzina grandi quantità di mercurio, costituirà un’importante fonte di emissioni.

Altri impatti sono costituiti, ad esempio, dagli incendi boschivi, che determineranno il rilascio di mercurio in atmosfera (il legno ne contiene piccole quantità che vengono rilasciate durante la combustione). Ancora più importante, gli aumenti delle temperature degli oceani possono determinare un aumento dei livelli di mercurio negli animali marini.

L’Unione europea ha già vietato o limitato l’uso di questo metallo in molti prodotti e processi industriali: la Convenzione di Minamata, che è stata firmata da oltre 120 paesi ed è entrata in vigore nel 2017, rappresenta la principale iniziativa globale per proteggere la salute umana e l’ambiente da mercurio. Richiede ai paesi di mettere in atto controlli e riduzioni su una vasta gamma di prodotti, processi e industrie in cui il metallo è utilizzato, rilasciato o emesso.

Il rapporto dell’Agenzia europea per l’ambiente ricorda tuttavia che, anche con un’azione globale immediata, ci vorrà molto tempo prima che l’inquinamento da mercurio diminuisca fino ai livelli pre-industriali. La legislazione europea in materia è già più severa dei requisiti della Convenzione e contribuirà a ridurre al minimo l’impatto di questo metallo pesante.

Si possono anche intraprendere azioni individuali per ridurre al minimo l’esposizione personale e sostenere la legislazione europea, ad esempio essere a conoscenza dei consigli nazionali sulla sicurezza alimentare relativa al consumo di pesce, smaltire correttamente i rifiuti contenenti mercurio come lampadine e batterie e considerare alternative alla combustione di combustibile solido per il riscaldamento (riportiamo qui nostra traduzione di un’infografica dell’EEA).

Per approfondimenti: leggi il report dell’Agenzia europea per l’ambiente Mercury in Europe’s environment A priority for European and global action

Testo di Maddalena Bavazzano

La qualità dell’aria in Europa

E’ stato recentemente pubblicato il nuovo rapporto dell’Agenzia Europea per l’Ambiente (EEA) “Air Quality in Europe – 2018”.

La relazione presenta una panoramica aggiornata e un’analisi della qualità dell’aria in Europa dal 2000 al 2016. Esamina i progressi compiuti verso il rispetto degli standard di qualità dell’aria stabiliti nelle due direttive UE sulla qualità dell’aria ambiente e riguardo alle line guida sulla qualità dell’aria dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS).

Il rapporto dell’EEA presenta anche le più recenti stime sull’esposizione della popolazione e degli ecosistemi agli inquinanti atmosferici con i conseguenti maggiori impatti.

La valutazione dello stato della qualità dell’aria si basa principalmente su misurazioni relative all’aria ambiente, in combinazione con dati di modellizzazione e dati sulle emissioni antropogeniche e la loro evoluzione nel tempo.

Per la prima volta, la relazione sulla qualità dell’aria in Europa presenta informazioni sulle concentrazioni per la maggior parte degli inquinanti atmosferici a livello nazionale per 39 paesi europei (i 28 dell’UE e altri 11).

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Particolato (PM10 e PM2,5)

Le concentrazioni di particolato (PM) hanno continuato a superare i valori limite UE e quelli delle linee guida dell’OMS in vaste aree dell’Europa nel 2016. Per il PM10, concentrazioni superiori al valore limite giornaliero dell’UE è stato registrato nel 19% delle stazioni di monitoraggio in 19 dei 28 Stati membri dell’UE (UE-28) e in altri otto paesi del Continente; per il PM2,5, le concentrazioni superiori al valore limite annuale sono state registrate al 5% delle stazioni, in quattro Stati membri e in altri quattro paesi extra-UE.

Il valore delle linee guida dell’OMS a lungo termine per il PM10 è stato superato nel 48% delle stazioni e in tutti i paesi, ad eccezione di Estonia, Islanda, Irlanda e Svizzera. Il valore delle linee guida dell’OMS a lungo termine per il PM2,5 è stato superato nel 68% delle stazioni situate in tutti i paesi, ad eccezione di Estonia, Finlandia, Ungheria, Norvegia e Svizzera.

Il 13% della popolazione urbana dell’UE è stato esposto a livelli di PM10 superiori al valore limite giornaliero e circa il 42% è stato esposto a concentrazioni superiori al più rigoroso valore previsto dalle linee guida dell’OMS per il PM10 nel 2016.

Per quanto riguarda il PM2,5, il 6% del totale popolazione urbana nell’UE è stato esposto a livelli superiori al valore limite dell’UE e circa il 74% è stato esposto a concentrazioni superiori al valore indicato dalle linee guida dell’OMS nel 2016.

La percentuale della popolazione urbana dell’UE esposta ai livelli di PM10 e PM2,5 oltre i valori limite e le linee guida dell’OMS nel 2016 è stata la più bassa dal 2000 (2006 per PM2,5), mostrando una tendenza alla diminuzione.

Ozono (O3)

Nel 2016, il 17% delle stazioni ha registrato concentrazioni superiori al valore obiettivo UE per la protezione della salute umana, per l’ozono (O3) . La percentuale di stazioni che hanno rilevato concentrazioni superiori a questo valore obiettivo erano notevolmente inferiori rispetto al 2015 (41%) ma superiori a quelle del 2014, riflettendo la variabilità interannuale delle concentrazioni di O3. Queste stazioni erano situate in 14 paesi dell’UE e in altri cinque paesi europei.

L’obiettivo a lungo termine è stato raggiunto solo nel 17% delle stazioni nel 2016. Il valore delle linee guida dell’OMS per l’O3 è stato superato nel 96% delle stazioni di monitoraggio, la stessa percentuale rilevata nel 2015.

Circa il 12% della popolazione urbana dell’UEè stata esposta a concentrazioni di O3 al di sopra della soglia del valore obiettivo dell’UE, percentuale che rappresenta una diminuzione considerevole rispetto all’esposizione elevata del 2015 (30%). Però, la percentuale è ancora superiore al 7% registrato nel 2014. La percentuale della popolazione urbana dell’UE esposta a livelli di O3 che supera il valore indicato dalle linee guida dell’OMS è stata del 98% nel 2016, senza mostrare alcuna fluttuazione dal 2000.

Biossido di azoto (NO2)

Il valore limite annuale per il biossido di azoto (NO2) continua ad essere ampiamente superato in tutta Europa, anche se la concentrazione e l’esposizione della popolazione stanno diminuendo.

Nel 2016, circa il 12% di tutte le stazioni di monitoraggio ha registrato concentrazioni superiori a questo standard, che è lo stesso delle linee guida dell’OMS. Queste stazioni erano situate in 19 paesi dell’UE e in altri quattro paesi europei e l’88% delle concentrazioni oltre questo valore limite è stato osservato nelle stazioni di traffico.

Il 7% della popolazione urbana dell’UE viveva in aree con concentrazioni superiori al valore limite annuale UE e delle linee guida dell’OMS per il NO2 nel 2016, che rappresenta il valore più basso dal 2000.

Benzo[a]pirene (BaP), un indicatore per idrocarburi policiclici aromatici

Il 31% delle stazioni di monitoraggio del benzo[a]pirene (BaP) ha rilevato concentrazioni superiori a 1,0 ng / m3 nel 2016. Appartenevano a 13 Stati membri (su 25 paesi dell’UE e altri due paesi europei) ed erano stazioni situate principalmente nelle aree urbane. Il 21% della popolazione urbana dell’UE è stata esposta a concentrazioni medie annue di BaP superiori al valore obiettivo dell’UE nel 2016 e circa il 90% a concentrazioni superiori al livello di riferimento stimato.

Altri inquinanti: anidride solforosa (SO2), monossido di carbonio (CO), benzene (C6H6) e metalli tossici

Solo 23 stazioni (su 1.600) in cinque paesi hanno rilevato valori di anidride solforosa (SO2) al di sopra del valore limite giornaliero dell’UE, nel 2016. Tuttavia, il 37% di tutte le stazioni di monitoraggio del SO2, situate in 30 paesi, ha misurato concentrazioni di SO2 sopra i valori raccomandati dalle linee guida dell’OMS. Ciò significa che il 23% della popolazione urbana dell’UE-28 nel 2016 è stata esposta a livelli di SO2 superiori alle indicazioni dell’OMS.

L’esposizione della popolazione europea a concentrazioni di monossido di carbonio (CO) superiori al valore limite UE e delle linee guida OMS è molto localizzata e poco frequente. Solo cinque stazioni (di cui quattro al di fuori dell’UE) hanno registrato concentrazioni superiori al valore limite UE, nel 2016.

Allo stesso modo, nel 2016 sono state osservate concentrazioni superiori al valore limite per il benzene (C6H6) in sole quattro stazioni europee (tutte situate nell’UE).

Le concentrazioni di arsenico (As), cadmio (Cd), piombo (Pb) e nichel (Ni) nell’aria sono generalmente basse in Europa, con pochi superamenti degli standard ambientali. Tuttavia, questi inquinanti contribuiscono alla deposizione e all’accumulo di livelli di metalli tossici nei terreni, nei sedimenti e negli organismi.

Impatti dell’inquinamento atmosferico sulla salute

L’inquinamento atmosferico continua ad avere un impatto significativo sulla salute della popolazione europea, in particolare nelle aree urbane. Ha anche un notevole impatto di carattere economico, con l’aumento dei costi per la sanità pubblica e la riduzione della produttività, a causa delle giornate lavorative perse.

Le sostanze inquinanti più importanti d’Europa in termini di danno alla salute umana sono il PM, l’NO2 e l’O3.

Le stime degli impatti sulla salute attribuibili all’esposizione all’inquinamento atmosferico indicano che le concentrazioni di PM2,5 nel 2015 sono state responsabili di circa 422.000 decessi prematuri originati dall’esposizione a lungo termine in Europa ( in oltre 41 paesi), di cui 391.000 erano nell’UE.
Gli impatti stimati sulla popolazione in questi 41 paesi europei per l’esposizione alle concentrazioni di NO2 e O3 nel 2015 sono stati circa 79.000 e 17.700 morti premature all’anno, rispettivamente, di cui nell’UE circa 76.000 e 16.400 morti premature all’anno.

Sebbene le variazioni da un anno all’altro siano ridotte, uno studio recente ha valutato l’evoluzione a lungo termine dell’esposizione della popolazione europea alla concentrazione di PM2,5 dal 1990 e le morti premature associate. Sono stati utilizzati diversi set di dati e l’insieme di tutti i set di dati indica una diminuzione mediana della mortalità prematura di circa il 60% in Europa, attribuita all’esposizione al PM2,5 tra il 1990 e il 2015. Ciò riflette una diminuzione simile dell’esposizione della popolazione europea al PM2,5.

Air quality in Europe -2018 report

Presentato a Milano Ecosistema urbano 2018

L’annuale rapporto di Legambiente individua le migliori pratiche dei capoluoghi di provincia italiani. Novità dell’edizione 2018 la collaborazione di Ispra, Ambiente Italia e Il Sole 24 ore.

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L’acqua è vita

L’Agenzia europea per l’ambiente (EEA) ha pubblicato il rapporto, con taglio divulgativo, “Water is life”. Nelle premesse del documento si ricorda come “l’acqua copre oltre il 70% della superficie terrestre.

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Azioni strategiche di protezione costiera per sviluppare una Crescita Blu sostenibile

A Ecomondo (Rimini) il 6 novembre Tavolo nazionale sull’erosione costiera, sulle linee guida per la difesa della costa dai fenomeni di erosione costiera e dagli effetti dei cambiamenti climatici.

La gestione e la protezione dei litorali, anche in relazione ai cambiamenti climatici in atto, è un tema strategico per un Paese come l’Italia con circa 7.500 km di coste, sia per la sicurezza dei territori interni, sia per la conservazione degli habitat ed ecosistemi costieri, sia per lo sviluppo economico e sociale legato principalmente al turismo costiero e marittimo e alla strategia europea della “Crescita Blu”.

Da alcuni anni il MATTM, in collaborazione con ISPRA, con le Regioni costiere italiane, le Autorità di Distretto, la Comunità Scientifica e della Ricerca, ha avviato una linea di lavoro (il Tavolo Nazionale sull’Erosione Costiera – TNEC) che tiene conto della Raccomandazione 2002/413/CE sulla Gestione Integrata delle Zone Costiere e del Protocollo GIZC per il Mediterraneo (Convenzione di Barcellona), per elaborare in modo condiviso una strategia complessiva per la protezione e gestione dei litorali italiani, bene comune.

Questa linea di lavoro sta portando anche verso la costituzione di un Osservatorio Nazionale sull’erosione costiera con il coinvolgimento di diversi enti nazionali e ministeri, insieme alle Regioni costiere già componenti del TNEC.

Questa Conferenza vuole da un lato presentare lo stato di avanzamento dei lavori sulle Linee Guida e sull’avvio dell’Osservatorio nazionale e dall’altro chiamare a raccolta esperienze, nuove idee, buone pratiche e strategie di protezione e gestione dei litorali, per poter perseguire con sempre maggiore efficacia gli obiettivi di sicurezza territoriale, di protezione dell’ambiente litoraneo e di sviluppo sostenibile socioeconomico delle coste italiane.

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Programma

Scheda di registazione al convegno


Per partecipare al convegno è necessario registrarsi, qualora non si fosse già provveduto, anche alla manifestazione Ecomondo 2018
(Modulo iscrizione Ecomondo)

 

X Conferenza nazionale per l’efficienza energetica

Per dare il proprio contributo alla definizione del Piano nazionale energia e clima 2030 gli Amici della Terra hanno deciso di partire dalle buone pratiche di uso efficiente dell’energia e delle fonti rinnovabili che costituiscono eccellenze tecnologiche e industriali del Paese.

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Analisi di rischio, la banca dati Iss-Inail

Dal 2005 Iss e Inail aggiornano il database con le proprietà chimico-fisiche e tossicologiche delle specie chimiche inquinanti, per l’applicazione della procedura di analisi di rischio sanitario-ambientale. Le principali novità dell’ultimo aggiornamento eseguito nel 2018. L’articolo in Ecoscienza 4/2018.

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A Genova seminario Inail sulla sicurezza nei laboratori Snpa

La valutazione del rischio chimico cui sono esposti gli operatori dei laboratori di Snpa, il Sistema nazionale di protezione ambientale, è stata al centro del seminario che si è svolto la settimana scorsa a Genova, presso la biblioteca Berio.

L’iniziativa, promossa da Arpal, Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente ligure, e da Inail Direzione regionale Liguria, in collaborazione con l’Ordine interprovinciale dei Chimici della Liguria, ha visto l’intervento di Ispra e delle Agenzie di Basilicata, Val d’Aosta e Lombardia, ed è servita per approfondire e illustrare i contenuti del “Manuale per la valutazione del rischio da esposizione ad agenti chimici pericolosi e ad agenti cancerogeni e mutageni”.

Giunto alla terza revisione, il volume affronta e risolve – nell’ottica dell’aggiornamento periodico della documentazione prodotta dal Coordinamento dei Servizi Prevenzione e Protezione del Sistema delle Agenzie per l’Ambiente – alcune criticità delle versioni precedenti, evidenziate dalla lunga esperienza applicativa del metodo, quali la difficoltà di reperire i Threshold Limit Value (“valore limite di soglia” o TLV) e di valutare l’efficacia delle misure per minimizzare il rischio cancerogeno e mutageno.

A questo indirizzo è possibile consultare tutti gli interventi; di seguito il video-servizio della mattinata.

Consultazione pubblica sulla Strategia marina

Si è aperta la Consultazione pubblica (si chiuderà il 17 novembre 2018 alle ore 12:00) sull’aggiornamento della valutazione ambientale e della definizione di Buono stato ambientale (GES) e Traguardi ambientali (Target) per ciascuno degli 11 Descrittori della Strategia marina, predisposto dal ministero dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare con il supporto tecnico-scientifico dell’Ispra, nonché avvalendosi delle altre Amministrazioni sia centrali sia locali rappresentate nel Comitato tecnico di cui all’art.5 del D.Lgs. 190/2010.

Sono consultabili i documenti che riportano, per ciascuno degli 11 Descrittori della Strategia marina di seguito elencati, una sintesi di inquadramento, la proposta di aggiornamento della definizione di Buono stato ambientale (GES) e quella dei Traguardi ambientali (Target).

Descrittore 1 – Biodiversità

Descrittore 2 – Specie non indigene

Descrittore 3 – Pesca

Descrittore 4 – Reti trofiche

Descrittore 5 – Eutrofizzazione

Descrittore 6 – Integrità del fondo marino

Descrittore 7 – Condizioni idrografiche

Descrittore 8 – Contaminanti

Descrittore 9 – Contaminanti nei prodotti della pesca

Descrittore 10 – Rifiuti marini

Descrittore 11 – Rumore sottomarino

E’ auspicata una significativa partecipazione alla Consultazione da parte di tutti i soggetti portatori di interesse nell’attuazione della Direttiva 2008/56/CE sulla Strategia per l’Ambiente Marino e del D.lgs. 190/2010 che l’ha recepita, al fine di giungere ad un miglioramento condiviso delle politiche per la gestione e la salvaguardia dei nostri mari.

I commenti possono essere inviati al seguente indirizzo di posta elettronica sm.consultazione2018@isprambiente.it

La Consultazione Pubblica si chiuderà il giorno 17 novembre p.v. alle ore 12:00.

Per approfondimenti >

Il video della esercitazione Ramogepol 2018

Il servizio video sulla esercitazione “Ramogepol 2018”, a cui hanno partecipato Ispra ed Arpa Sardegna, in mare nelle Bocche di Bonifacio in prossimità dell’arcipelago della Maddalena, con la simulazione di emergenza causata da inquinamento accidentale, che purtroppo si è verificata a distanza di pochi giorni a nord della Corsica: le immagini della fuoriuscita di carburante dalle foto satellitari.

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Dal 16 al 22 settembre è la settimana europea della mobilità sostenibile

Dal 16 al 22 settembre 2018. Il tema di quest’anno è la multimodalità, con lo slogan “Cambia e vai”. Il Ministero dell’Ambiente aderisce, coordina e supporta le iniziative e gli eventi organizzati da Comuni e associazioni.

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Integrare l’economia circolare e la bioeconomia per migliorare la sostenibilità in Europa

L’Europa usa le risorse naturali in modo insostenibile e l’Unione europea ha messo in atto politiche di economia circolare e bioeconomia in risposta. Una nuova relazione dell’Agenzia europea dell’ambiente (Eea) sostiene che l’implementazione di questi due concetti in tandem, applicando specifici principi di progettazione all’interno di un approccio sistemico, migliorerebbe l’efficienza delle risorse e ridurrebbe le pressioni ambientali.

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Economia circolare, consultazione pubblica fino al 1° ottobre

Dal 30 luglio è avviata la consultazione pubblica sul documento “Economia circolare ed uso efficiente delle risorse. Indicatori per la misurazione dell’economia circolare” prodotto dal ministero dell’Ambiente (Mattm) e dal ministero dello Sviluppo economico (Mise); terminerà il 1° ottobre 2018. Su Ecoscienza 3/2018 il servizio dedicato al “pacchetto Ue” per promuovere l’economia circolare. 

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