Una strana causa intentata da 21 cittadini USA sulla politica del clima

Pietro Greco su Micron parla della causa civile che sta per aprirsi presso una corte federale a Eugene, nell’Oregon, Stati Uniti, intentata da 21 cittadini americani contro l’Amministrazione di Washington colpevole di compromettere il futuro di vecchie e nuove generazioni con la sua politica del clima.

Quei 21 cittadini che hanno portato alla sbarra l’Amministrazione sono giovani, che pongono il problema del patto intergenerazionale: noi abbiamo il dovere di restituire ai nostri figli e nipoti il pianeta così come lo abbiamo ricevuto dai nostri padri e nonni.

Per quanto possibile. Questo è un cardine del diritto ecologico sancito in diverse assise delle Nazioni Unite, a partire dalla Conferenza sull’Ambiente e lo Sviluppo (UNCED) tenuta a Rio de Janeiro nel 1992. Ma che qualcuno chiami un tribunale (civile) a decidere se un governo ha una precisa responsabilità a rispettare questo diritto, beh questo non è usuale.

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Ambiente, il rischio Brasile

Un articolo di Pietro Greco su Micron descrive le reazioni provenienti dagli ambienti scientifici di tutto il mondo alla recente elezione nel presidente brasiliano, Jair Bolsonaro, nei quali si esprimono forti preoccupazioni soprattutto verso la politica ambientale annunciata dal presidente appena eletto. Il rischio è che riprenda in grande stile la deforestazione dell’Amazzonia, che è il principale polmone verde del pianeta e un hot spot di biodiversità.

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Contaminanti emergenti: il monitoraggio in Umbria

Un quadro del monitoraggio svolto a livello nazionale dal Snpa per individuare nelle acque superificiali (fiumi e laghi) i cosiddetti “contaminanti emergenti” (fra cui antibiotici, estrogeni, farmaci antinfiammatori, insetticidi, prodotti chimici industriali, ecc.), con un focus sulla situazione in Umbria.

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Il posto al sole

Pietro Greco, sulla rivista Micron parla di uno degli effetti dei cambiamenti climatici, quello dell’arrivo in Italia di insetti di vario genere che normalmente vivono nei paesi tropicali, e che, in alcuni casi, sono portatori di malattie.

Alcuni giornali hanno gridato, nelle scorse settimane, al pericolo colera dopo che due migranti, giunti in Italia con regolare volo aereo, sono stati ricoverati in un ospedale di Napoli con i sintomi della malattia infettiva. Qualcuno ha evocato un pericolo sanitario da malattie esotiche associato ai migranti. Le autorità sanitarie hanno giustamente fatto presente che non c’è un’emergenza colera e che non c’è neppure un’emergenza migranti. Chi arriva da noi sui barconi non porta con sé pericolose malattie.

Il pericolo, semmai, viene da altri viventi che vengono dall’Africa e/o dall’Asia a causa dei cambiamenti climatici: zanzare, zecche, insetti vari. Di recente Massimo Galli, Presidente della Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali (SMIT), ha rilevato come l’estate 2018 sia iniziata con un aumento delle segnalazioni di punture di zecche. In provincia di Belluno i casi di infezioni da virus dell’encefalite da zecche riportati a luglio hanno superato il numero delle diagnosi degli anni precedenti. La regione Veneto è intervenuta per rendere gratuita la vaccinazione.

Sempre a luglio il virus West Nile, trasmesso dalla zanzara comune, la Culex pipiens, aveva già provocato un numero di infezioni più numerosi di quelli segnalati in tutto nel 2017. Ad agosto erano stati diagnosticati 103 casi di malattia neuro invasiva, tre volte il numero medio di casi – 32 – osservato negli ultimi cinque anni. L’anno scorso, di quest’epoca, i casi segnalati erano in tutto 13. In questi anni abbiamo imparato a parlare anche di altri virus, da quello della Chikungunya a quello di Zika a quello che provoca la febbre di Dengue. La presenza crescente di questi virus e di altri agenti infettivi in Italia non è dovuta agli immigrati umani, ma appunto ai cambiamenti climatici. I loro vettori, a iniziare dalle zanzare, o si stanno adattando a trasportarli o arrivano in Italia e trovano un ambiente finalmente accogliente, a causa dell’aumento della temperatura.

Di recente l’Organizzazione Mondiale di Sanità (OMS) ha pubblicato un rapporto, Climate and Health Country Profile dedicato all’Italia, dove ha indicato quali sono i punti critici per la salute determinati dai cambiamenti climatici. Il primo riguarda le cosiddette “onde di calore”, ovvero i giorni eccezionalmente caldi. Il nostro paese, tra quelli europei, è tra i più a rischio. Nel 1990 questi giorni non erano più di 10 l’anno. Negli scenari peggiori dei cambiamenti climatici potrebbero diventare 250 a fine secolo. Insomma, più di due terzi dell’anno immersi in un caldo umido insopportabile, con gravi ripercussioni per giovani e soprattutto anziani. Non meno grave potrebbero essere due fenomeni meteorologici in apparenza contraddittori: l’aumento del numero di giorni con “bombe d’acqua” e conseguenti inondazioni, come avvenuto nei giorni scorsi in Sicilia, e l’aumento dei giorni consecutivi di siccità, ovvero con assoluta mancanza di pioggia. I rischi per la salute in ambedue i casi sarebbero notevoli.
Oltre ad altri effetti che hanno un’influenza più o meno diretta sulla salute, anche l’OMS fa riferimento ai “nuovi” agenti infettivi virali presenti ormai sul territorio italiano. In particolare a quelli il cui vettore sono le zanzare. L’organizzazione sanitaria li divide in famiglie di virus: quella dei Togaviridae (il virus Chikungunya virus); quella dei Flavivirus (virus del West Nile); quella degli Usutu (con due virus trasmessi dalla zanzara Culex neavei): la famiglia dei virus di Dengue e di Zika. Molti ricordano una prima epidemia di Chikungunya scoppiata in Emilia-Romagna e un’ultima nell’estate del 2017.

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Inquinamento atmosferico e aspettativa di vita in Cina

Negli ultimi anni studi di coorte condotti in Nord America e in Europa hanno evidenziato chiaramente che l’esposizione a lungo termine a polveri sottili come il PM2.5 è associata a un aumento del rischio di mortalità. Tuttavia, questa associazione raramente è stata quantificata per concentrazioni ambientali più elevate e nei paesi a basso e medio reddito, come la Cina, che sono spesso le aree del mondo con una maggiore presenza di inquinanti in atmosfera.

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Vacchiano: “Le foreste l’unica arma per il clima”

Intervista di Micron su cambiamenti climatici e foreste, a Giorgio Vacchiano, 38 anni, ricercatore dell’Università degli Studi di Milano, uno degli 11 scienziati emergenti selezionati da Nature tra i 500 di tutto il mondo impegnati in progetti di ricerca rilevanti. 

[Credits foto in copertina: fonte Nature, illustration Paddy Mills]

I lavori per cui è stato selezionato da Nature studiano il rapporto tra i cambiamenti climatici e la dinamica delle foreste. Che valore ha questo riconoscimento?
Nature ha selezionato ricercatori in 11 diversi settori strategici, che presentano sfide fondamentali. In questo momento, le foreste sono la nostra unica arma per contrastare davvero il climate change, per raggiungere quindi l’obiettivo di un aumento ben inferiore ai due gradi entro la fine del secolo. Per raggiungerlo, dal 2030 dovremo mettere in atto delle emissioni negative, cioè assorbire più carbonio di quanto non ne emettiamo nell’atmosfera. Oggi, mentre si studiano tecnologie geoingegneristiche, l’unica tecnologia operativa che sia a nostra disposizione sono gli alberi, attivi ormai da circa mezzo secolo e ben evoluti.

Chi studia il clima utilizza dei modelli che sono in grado di dare previsioni fino a 200 anni: le vostri equazioni matematiche hanno la stessa capacità? E cosa potete osservare?
Abbiamo multi-modelli che arrivano a 100 o 200 anni di previsione, grazie ai quali sappiamo che la distribuzione di alcune specie forestali cambierà sensibilmente per il cambiamento climatico. Siamo abituati a pensare agli alberi come organismi fermi, ma in verità migrano anche in base al clima. Una nostra ricerca su un complesso forestale in Svizzera nella Valle del Rodano ci sta mostrando come l’abete rosso, tipico della zona, tenderà ad emigrare verso la cima delle montagne, mentre le parti più basse delle montagne vedranno l’arrivo di altre specie arboree.
Il cambiamento completo della composizione di un intero bacino avrà ovviamente dei riflessi importanti per la produzione di legno, per aspetti idrogeologici piuttosto che il turismo. Visti i tempi lunghi delle foreste, è già ora necessario impostare delle strategie in base allo scenario che prevediamo ci sarà tra cento anni.

L’IPPC, l’International panel on climate change, dalla COP21 di Parigi pone l’aumento di 2 °C a fine secolo rispetto all’era preindustriale come il punto di non ritorno. Quali sono gli scenari previsti per le foreste sotto o sopra tale soglia?
Partiamo nel dire che come l’IPCC, anche i nostri studi si basano su multi-modelli e pongono scenari futuri che dipendono molto da variabili ambientali, fisiche ma anche socio-economiche. Quindi offriamo diversi scenari se, da qui in poi, percorriamo una o l’altra strada.
Un riscaldamento globale oltre i 2 °C avrà effetti maggiori sulle foreste non tanto per l’innalzamento della temperatura quanto per il moltiplicarsi degli eventi estremi.
In uno scenario di temperatura media di 3 °C o 4 °C, infatti, le foreste temperate, soprattutto quelle alle latitudini dell’Europa meridionale, andranno incontro a incendi più frequenti e più intensi. Lo stiamo già osservando negli ultimi 30 anni e questo ha un grande impatto sulle foreste. In altre parti del mondo l’effetto sarà benefico: adesso le foreste boreali hanno una crescita limitata dal freddo, ma con l’innalzamento della temperatura aumenterà la loro capacità fotosintetica e, finché ci sarà acqua disponibile, si espanderanno. Ma quando il riscaldamento globale aumenterà ancora, anche queste entreranno in stress idrico.
Ci sono studi che ci confermano che se a fine secolo saremo sui 2 °C di aumento delle temperature, perderemo il 14% di habitat in più come rifugio per la biodiversità rispetto allo scenario di 1,5 °C posto come obiettivo dalla COP21. A 2 °C si raddoppierà inoltre il numero di specie vegetali che vedrebbero la loro area di distribuzione ridursi più del 50% in seguito al climate change.

È possibile una gestione delle foreste volta ad aumentare il loro adattamento ai cambiamenti climatici e, contemporaneamente, una mitigazione degli effetti del surriscaldamento globale?
La gestione delle foreste può renderle più adattabili, quindi meno sensibili al cambiamento climatico: se una foresta entra in sofferenza per insufficienza idrica, ad esempio, si può intervenire per diminuire il numero di alberi e renderlo compatibile con la risorsa disponibile.
L’azione dell’uomo può anche agire sulla capacità della foresta di assorbire carbonio, quindi la capacità di mitigazione dei cambiamenti climatici. Le foreste giovani, generalmente, hanno una maggiore capacità di assorbimento rispetto a foreste più mature, piuttosto di quelle vergini che possono diventare emettitori di CO2.
La gestione. in questo senso, dell’età in cui le manteniamo o le tagliamo per farle rigenerare ha un’influenza molto forte sui cambiamenti climatici. Anche il legno che ne ricaviamo continua a trattenere dentro di sé il carbonio a lungo termine, se lo usiamo nel modo giusto.

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VIS e VDS: traguardi raggiunti e ulteriori passi avanti da compiere

Considerando gli sviluppi legislativi sulla Valutazione di Impatto Ambientale, VIA, che ora include la Valutazione di Impatto sulla Salute, VIS (DL n.104, 16 giugno 2017, recepimento della Direttiva UE 52/2014) e il recente accordo sull’ILVA di Taranto, che prevede l’applicazione della Valutazione del Danno Sanitario, VDS, vale la pena di provare a capire le differenza tra questi diversi tipi di valutazione, che coinvolgono le competenze del sistema delle agenzie ambientali e delle aziende sanitarie in Italia.

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Clima, ultima chiamata

Dopo due anni di lavoro e lo studio di circa 6.000 lavori scientifici, l’Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc), il gruppo di ricercatori che opera per conto delle Nazioni Unite, ha reso pubblico il suo rapporto speciale Global Warming of 1,5 °C.

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Clima, la cura non sia peggiore del male

Entro ottobre il nuovo rapporto Ipcc, il panel di scienziati che per conto delle Nazioni Unite segue le vicende dei cambiamenti climatici, sarà pronto.
Un articolo di Micron evidenzia, comunque che, anche per combattere il cambiamento climatico occorrono strumenti sostenibili, ecologicamente e socialmente. Continua a leggere Clima, la cura non sia peggiore del male

Gaia 2.0: l’umanità sa, ma non agisce

Su Micron si illustra un recente articolo di Science nel quale si riprende “ipotesi di Gaia”, che guardava alla biosfera del pianeta Terra come a un sistema dinamico complesso, con molti elementi interagenti attraverso innumerevoli connessioni, capace di autoregolarsi.

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I blind spots della ricerca nell’Artico

Sulla rivista Micron si torna sul tema dei ghiacci dell’Artico. Diversi i contributi scientifici, secondo i quali il loro scioglimento, in seguito ai cambiamenti climatici, probabilmente è stato sotto stimato.

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Alla soglia dell’irreversibilità

Sulla rivista Micron, Pietro Greco, riprende uno studio dell’Università di Stoccolma, nel quale si indaga sull’esistenza di una soglia planetaria nella traiettoria del sistema Terra, superata la quale il regime delle temperature diventa altamente instabile e l’instabilità diventa irreversibile. Continua a leggere Alla soglia dell’irreversibilità

L’agricoltura: vittima e causa del global warming

Francesca Buoniconti, sulla rivista Micron, illustra il contenuto di due studi – pubblicati su Science e su Science Advance – nei quali si evidenziano gli effetti dei cambiamenti climatici sull’agricoltura. Continua a leggere L’agricoltura: vittima e causa del global warming

Climate change e salute, passare dalle parole ai fatti

Un articolo di Cristiana Pulcinelli sulla rivista Micron, fa il punto sugli effetti per la salute dei cambiamenti climatici, a partire da uno speciale su questo argomento recentemente pubblicato dalla rivista PLOS Medicine.

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