Stati generali del Tevere, 250 mila le persone a rischio

Presentato a Roma il Primo Rapporto sullo stato del bacino del Tevere, realizzato dall’Autorità di bacino distrettuale dell’Appennino Centrale con la collaborazione di Ispra e Protezione civile.

All’indomani dell’emergenza maltempo che ha colpito l’Italia da nord a sud si torna a parlare del Tevere e a valutare quali danni provocherebbero un’alluvione e un’esondazione del fiume nel territorio della Capitale. A Roma sono 250 mila le persone a rischio e nel caso di un’evento climatico estremo si stimano danni pari a 27 miliardi di euro.

Il Presidente dell’Ispra Stefano Laporta ha presentato nel corso del convegno, che si è svolto a Roma lo scorso 14 novembre presso la Sala Polifunzionale della Presidenza del Consiglio dei Ministri, un quadro sul dissesto idrogeologico, i beni culturali a rischio, lo stato dei fiumi e dei laghi in Italia, a partire dai dati dell’ultimo rapporto presentato dall’Istituto lo scorso luglio alla Camera dei deputati.

Come comunicare in modo efficace i cambiamenti climatici

I suggerimenti dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), il principale organismo internazionale per la valutazione dei cambiamenti climatici

Riscaldamento globale, impoverimento dell’ozono stratosferico, emissioni di gas serra, forcing radiativo, desertificazione, resilienza, vulnerabilità: quando si parla di cambiamenti climatici, soprattutto ad un pubblico non tecnico, non è sempre facile e si possono incontrare difficoltà a tradurre concetti tecnici e spesso complessi in messaggi comprensibili.

Partendo da questa criticità, l’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), il principale organismo internazionale per la valutazione dei cambiamenti climatici, ha voluto produrre una guida che definisce modi e “regole” per comunicare efficacemente questa materia al vasto pubblico. Ha quindi chiesto a Climate Outreach, uno dei massimi esperti europei in comunicazione del cambiamento climatico, di elaborare un manuale di comunicazione, scientificamente fondato e dal taglio pratico, quale strumento in mano alla comunità scientifica per coinvolgere e sensibilizzare l’opinione pubblica.

Per presentare i 6 principi è stato realizzato anche un breve video

Alla base della guida ci sono 6 principi chiave, trattati attraverso riferimenti puntuali e dettagliati, consigli pratici ed esempi applicativi:

  1. Mostrarsi sicuri nel comunicare: agire e parlare con sicurezza e sincerità aiuta ad instaurare un rapporto di fiducia con il pubblico.
  2. Parlare di cose reali e non di concetti astratti: i numeri del cambiamento climatico sono troppo distanti dall’esperienza quotidiana, è meglio iniziare la discussione sul clima partendo da esperienze comuni, usando un linguaggio chiaro ed esempi più vicini possibile al pubblico a cui ci si rivolge; evitare il “distanziamento psicologico”, ovvero la tendenza a ridurre il cambiamento climatico ad un problema che si manifesterà in un futuro lontano e colpirà soltanto chi vive in località remote.
  3. Toccare i temi su cui il pubblico è più sensibile: se si fa riferimento a valori ampiamente condivisi o argomenti di interesse locale, è più probabile che argomentazioni scientifiche vengano ascoltate; limitarsi a riportate i fatti non basta a catturare l’attenzione del pubblico ma bisogna riuscire a metterli in relazione con i valori morali di chi ci ascolta.
  4. Raccontare una storia avvincente, usando una struttura di tipo narrativo e mostrando il volto umano che sta dietro la scienza; le persone comuni sono infatti molto più abituate a scambiarsi informazioni attraverso storie che non tramite grafici e numeri, inoltre, un elemento di empatia fra scienziati e pubblico è la condivisione di qualcosa di personale al di fuori del lavoro.
  5. Concentrarsi su ciò che si sa e su cui c’è forte consenso scientifico, prima di affrontare ciò che è incerto; non si può infatti ignorare che l’incertezza è parte integrante della climatologia.
  6. Usare una comunicazione visiva di maggiore impatto; attualmente per parlare di cambiamento climatico si usa un set di immagini molto ristretto (orsi polari, calotte glaciali che si sciolgono, camini fumanti..) che rischiano di non coinvolgere il pubblico e sminuire la portata e il valore del problema. Meglio sarebbe usare immagini che raccontano, ad esempio, comportamenti che le persone possono mettere in atto, oppure “soluzioni” reali al cambiamento climatico o ancora gli effetti dei cambiamenti climatici su scala locale.

È possibile scaricare il manuale sul sito Web di Climate Outreach

Climate-Outreach-Manuale-per-gli-autori-dellIPCC

 

Testo di Maddalena Bavazzano

In Italia il 2018 è stato, ad oggi, l’anno più caldo

ISPRA fa il punto sul clima e fornisce una sintesi di dati su piogge e venti che nel mese di ottobre hanno colpito il nostro Paese.

La stima provvisoria dell’anomalia della temperatura media in Italia, stando ai dati aggiornati fino al mese di ottobre compreso, configura il 2018 come l’anno più caldo di tutta la serie storica di dati controllati ed elaborati dall’Ispra, cioè almeno dal 1961 (+1,77 °C rispetto al valore normale di riferimento 1961-1990). In base a studi che ricostruiscono il clima in un passato più remoto, si può affermare che in Italia l’anno in corso risulta essere l’anno più caldo da almeno 2 secoli circa. Finora, la temperatura media in Italia nel 2018 è stata sempre nettamente superiore al valore normale ad eccezione dei mesi di febbraio e marzo; i mesi relativamente più caldi sono stati gennaio e aprile, con anomalie di oltre 2,5 °C.

Nel quadro globale di mutamento climatico, nel mese di ottobre l’Italia è stata teatro di una serie di eventi meteorologici estremi che hanno investito tutta l’Italia e che hanno determinato gravi conseguenze per la popolazione, l’ambiente e il territorio del nostro Paese. In particolare, il 19 ottobre una serie di eventi temporaleschi molto intensi ha colpito la Sicilia orientale, causando alluvioni e gravi danni alle abitazioni, alle strutture e al territorio di una vasta area, soprattutto in provincia di Catania. Negli ultimi giorni del mese, un’ondata di maltempo più estesa e violenta ha investito tutta l’Italia da nord a sud.

L’elemento che ha creato maggiore impatto è stato dapprima il vento, che il 29 e 30 ottobre ha soffiato costantemente con forte intensità dai quadranti meridionali. Diverse stazioni meteorologiche della rete nazionale hanno registrato velocità del vento dell’ordine di 100 km/h con raffiche fino a circa 180 km/h in montagna (Monte Cimone) e tra 140 e 150 km/h sul mare (Capo Carbonara e Capo Mele). Localmente, le reti regionali hanno rilevato valori di velocità del vento anche superiori, con raffiche fino a più di 200 km/h.

Le piogge sono cadute abbondantemente su quasi tutto il territorio nazionale, con tempi e intensità diverse nelle varie regioni. Le precipitazioni cumulate giornaliere più elevate sono state registrate nelle zone prealpine, con valori di oltre 400 mm in Friuli Venezia Giulia e di oltre 300 mm in Liguria, Veneto e Lombardia.

Una sintesi di dati e informazioni meteo climatiche sugli ultimi eventi del clima in Italia è stata trasmessa dall’ISPRA all’Organizzazione Meteorologica Mondiale (WMO), che sta curando la redazione del “WMO Annual Statement on the Status of the Global Climate in 2018”.

L’ISPRA svolge la funzione focal point nazionale per la realizzazione e trasmissione regolare al Regional Climate Centre della Regione VI (Europa) della WMO di dati e prodotti relativi allo stato e alle variazioni del clima in Italia.

L’Istituto, con il contributo e la collaborazione dei principali organismi nazionali e regionali titolari di reti e dati meteo climatici, elabora, controlla e rende pubblicamente disponibili dati, indici e prodotti climatici attraverso il sito www.scia.isprambiente.it e collabora con il Dipartimento di Protezione Civile Nazionale, fornendo dati e prodotti utili alle sue funzioni istituzionali.

Inoltre Il Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente (SNPA) pubblica, con cadenza annuale, il rapporto “Gli indicatori del clima in Italia”, giunto nel 2017 alla XII edizione, che illustra l’andamento climatico nazionale nel corso dell’ultimo anno e aggiorna la stima delle variazioni climatiche negli ultimi decenni.

Inquinamento da mercurio: livelli troppo alti in fiumi e laghi d’Europa

Il mercurio è ancora una fonte importante di inquinamento in Europa, nonostante l’Unione europea ne abbia vietato o limitato l’uso in molti prodotti e processi industriali.

Le emissioni di mercurio continuano a rappresentare un rischio significativo per l’ambiente e per la salute umana, secondo un rapporto dell’Agenzia europea per l’ambiente (EEA), che descrive il problema dell’inquinamento proveniente da questo metallo pesante e le sfide necessarie per affrontare la questione a livello globale. Il rapporto, con l’ausilio di immagini, infografiche e grafici, rappresenta anche uno strumento divulgativo per il largo pubblico che vi può trovare utili informazioni e suggerimenti per ridurre la propria esposizione.

Storicamente, l’uso e le emissioni di mercurio in Europa sono stati elevati, tuttavia, negli ultimi decenni, sono state adottate misure per minimizzare entrambi, ad esempio limitando o vietando l’uso e imponendo limiti alle emissioni. Sfortunatamente, a livello mondiale, a causa di attività come la combustione del carbone e l’estrazione dell’oro, le emissioni sono aumentate ed hanno avuto un impatto anche sull’ambiente europeo, data la natura globale dell’inquinamento da mercurio: circa il 50% di questo metallo depositato ogni anno in Europa proviene infatti da paesi extraeuropei, con il 30% proveniente solo dall’Asia.

Le attività antropogeniche che emettono mercurio possono essere suddivise in due categorie (vedi immagine a seguire):

  • processi produttivi che utilizzano intenzionalmente mercurio (ad esempio produzione di cloruro di vinile),
  • altri processi che non utilizzano intenzionalmente il mercurio, ma determinano comunque il suo rilascio in ambiente, generalmente in quanto impurità in una materia prima (ad esempio la combustione di combustibili solidi come carbone, lignite e legno, che rilascia involontariamente il mercurio).

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Uno dei principali problemi con il mercurio è poi la sua persistenza: una volta che viene rilasciato nell’ambiente, ad esempio attraverso la combustione del carbone, può circolare attraverso l’aria, la terra, l’acqua e gli animali per migliaia di anni. Nell’immagine a seguire è rappresentato il suo ciclo globale (cliccando sull’immagine si può ingrandire).

TH-AL-18-011-EN-N Mercury in Europe s environment

In atmosfera, gli attuali livelli di mercurio sono fino al 500% sopra quelli naturali. Negli oceani, le concentrazioni sono circa 200% sopra i livelli naturali.

Proprio gli oceani, i fiumi e i laghi sono messi maggiormente a rischio da questo metallo pesante, che qui vi assume una forma altamente tossica (metilmercurio) che viene facilmente assorbita dagli animali, compresi i pesci, e si sposta sulla catena alimentare fino a raggiungere gli umani. Questo infatti è il modo principale in cui gli esseri umani sono esposti al mercurio, che rappresenta un rischio particolare e significativo per lo sviluppo neurologico di feti, neonati e bambini.

I più recenti dati di monitoraggio dei corpi idrici mostrano come circa 46.000 corpi idrici superficiali nell’UE, su circa 111.000, non soddisfano i livelli stabiliti per proteggere gli uccelli e i mammiferi che si nutrono di pesce.

È inoltre ormai ampiamente dimostrato come le conseguenze dei cambiamenti climatici aumenteranno il rischio presentato da questo metallo nel nostro ambiente:

  • le inondazioni provocheranno l’erosione dei terreni e il rilascio di mercurio in ambiente,
  • un aumento delle precipitazioni causerà una maggiore deposizione di mercurio in atmosfera,
  • lo scongelamento del suolo ghiacciato (permafrost), che immagazzina grandi quantità di mercurio, costituirà un’importante fonte di emissioni.

Altri impatti sono costituiti, ad esempio, dagli incendi boschivi, che determineranno il rilascio di mercurio in atmosfera (il legno ne contiene piccole quantità che vengono rilasciate durante la combustione). Ancora più importante, gli aumenti delle temperature degli oceani possono determinare un aumento dei livelli di mercurio negli animali marini.

L’Unione europea ha già vietato o limitato l’uso di questo metallo in molti prodotti e processi industriali: la Convenzione di Minamata, che è stata firmata da oltre 120 paesi ed è entrata in vigore nel 2017, rappresenta la principale iniziativa globale per proteggere la salute umana e l’ambiente da mercurio. Richiede ai paesi di mettere in atto controlli e riduzioni su una vasta gamma di prodotti, processi e industrie in cui il metallo è utilizzato, rilasciato o emesso.

Il rapporto dell’Agenzia europea per l’ambiente ricorda tuttavia che, anche con un’azione globale immediata, ci vorrà molto tempo prima che l’inquinamento da mercurio diminuisca fino ai livelli pre-industriali. La legislazione europea in materia è già più severa dei requisiti della Convenzione e contribuirà a ridurre al minimo l’impatto di questo metallo pesante.

Si possono anche intraprendere azioni individuali per ridurre al minimo l’esposizione personale e sostenere la legislazione europea, ad esempio essere a conoscenza dei consigli nazionali sulla sicurezza alimentare relativa al consumo di pesce, smaltire correttamente i rifiuti contenenti mercurio come lampadine e batterie e considerare alternative alla combustione di combustibile solido per il riscaldamento (riportiamo qui nostra traduzione di un’infografica dell’EEA).

Per approfondimenti: leggi il report dell’Agenzia europea per l’ambiente Mercury in Europe’s environment A priority for European and global action

Testo di Maddalena Bavazzano

La qualità dell’aria in Europa

E’ stato recentemente pubblicato il nuovo rapporto dell’Agenzia Europea per l’Ambiente (EEA) “Air Quality in Europe – 2018”.

La relazione presenta una panoramica aggiornata e un’analisi della qualità dell’aria in Europa dal 2000 al 2016. Esamina i progressi compiuti verso il rispetto degli standard di qualità dell’aria stabiliti nelle due direttive UE sulla qualità dell’aria ambiente e riguardo alle line guida sulla qualità dell’aria dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS).

Il rapporto dell’EEA presenta anche le più recenti stime sull’esposizione della popolazione e degli ecosistemi agli inquinanti atmosferici con i conseguenti maggiori impatti.

La valutazione dello stato della qualità dell’aria si basa principalmente su misurazioni relative all’aria ambiente, in combinazione con dati di modellizzazione e dati sulle emissioni antropogeniche e la loro evoluzione nel tempo.

Per la prima volta, la relazione sulla qualità dell’aria in Europa presenta informazioni sulle concentrazioni per la maggior parte degli inquinanti atmosferici a livello nazionale per 39 paesi europei (i 28 dell’UE e altri 11).

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Particolato (PM10 e PM2,5)

Le concentrazioni di particolato (PM) hanno continuato a superare i valori limite UE e quelli delle linee guida dell’OMS in vaste aree dell’Europa nel 2016. Per il PM10, concentrazioni superiori al valore limite giornaliero dell’UE è stato registrato nel 19% delle stazioni di monitoraggio in 19 dei 28 Stati membri dell’UE (UE-28) e in altri otto paesi del Continente; per il PM2,5, le concentrazioni superiori al valore limite annuale sono state registrate al 5% delle stazioni, in quattro Stati membri e in altri quattro paesi extra-UE.

Il valore delle linee guida dell’OMS a lungo termine per il PM10 è stato superato nel 48% delle stazioni e in tutti i paesi, ad eccezione di Estonia, Islanda, Irlanda e Svizzera. Il valore delle linee guida dell’OMS a lungo termine per il PM2,5 è stato superato nel 68% delle stazioni situate in tutti i paesi, ad eccezione di Estonia, Finlandia, Ungheria, Norvegia e Svizzera.

Il 13% della popolazione urbana dell’UE è stato esposto a livelli di PM10 superiori al valore limite giornaliero e circa il 42% è stato esposto a concentrazioni superiori al più rigoroso valore previsto dalle linee guida dell’OMS per il PM10 nel 2016.

Per quanto riguarda il PM2,5, il 6% del totale popolazione urbana nell’UE è stato esposto a livelli superiori al valore limite dell’UE e circa il 74% è stato esposto a concentrazioni superiori al valore indicato dalle linee guida dell’OMS nel 2016.

La percentuale della popolazione urbana dell’UE esposta ai livelli di PM10 e PM2,5 oltre i valori limite e le linee guida dell’OMS nel 2016 è stata la più bassa dal 2000 (2006 per PM2,5), mostrando una tendenza alla diminuzione.

Ozono (O3)

Nel 2016, il 17% delle stazioni ha registrato concentrazioni superiori al valore obiettivo UE per la protezione della salute umana, per l’ozono (O3) . La percentuale di stazioni che hanno rilevato concentrazioni superiori a questo valore obiettivo erano notevolmente inferiori rispetto al 2015 (41%) ma superiori a quelle del 2014, riflettendo la variabilità interannuale delle concentrazioni di O3. Queste stazioni erano situate in 14 paesi dell’UE e in altri cinque paesi europei.

L’obiettivo a lungo termine è stato raggiunto solo nel 17% delle stazioni nel 2016. Il valore delle linee guida dell’OMS per l’O3 è stato superato nel 96% delle stazioni di monitoraggio, la stessa percentuale rilevata nel 2015.

Circa il 12% della popolazione urbana dell’UEè stata esposta a concentrazioni di O3 al di sopra della soglia del valore obiettivo dell’UE, percentuale che rappresenta una diminuzione considerevole rispetto all’esposizione elevata del 2015 (30%). Però, la percentuale è ancora superiore al 7% registrato nel 2014. La percentuale della popolazione urbana dell’UE esposta a livelli di O3 che supera il valore indicato dalle linee guida dell’OMS è stata del 98% nel 2016, senza mostrare alcuna fluttuazione dal 2000.

Biossido di azoto (NO2)

Il valore limite annuale per il biossido di azoto (NO2) continua ad essere ampiamente superato in tutta Europa, anche se la concentrazione e l’esposizione della popolazione stanno diminuendo.

Nel 2016, circa il 12% di tutte le stazioni di monitoraggio ha registrato concentrazioni superiori a questo standard, che è lo stesso delle linee guida dell’OMS. Queste stazioni erano situate in 19 paesi dell’UE e in altri quattro paesi europei e l’88% delle concentrazioni oltre questo valore limite è stato osservato nelle stazioni di traffico.

Il 7% della popolazione urbana dell’UE viveva in aree con concentrazioni superiori al valore limite annuale UE e delle linee guida dell’OMS per il NO2 nel 2016, che rappresenta il valore più basso dal 2000.

Benzo[a]pirene (BaP), un indicatore per idrocarburi policiclici aromatici

Il 31% delle stazioni di monitoraggio del benzo[a]pirene (BaP) ha rilevato concentrazioni superiori a 1,0 ng / m3 nel 2016. Appartenevano a 13 Stati membri (su 25 paesi dell’UE e altri due paesi europei) ed erano stazioni situate principalmente nelle aree urbane. Il 21% della popolazione urbana dell’UE è stata esposta a concentrazioni medie annue di BaP superiori al valore obiettivo dell’UE nel 2016 e circa il 90% a concentrazioni superiori al livello di riferimento stimato.

Altri inquinanti: anidride solforosa (SO2), monossido di carbonio (CO), benzene (C6H6) e metalli tossici

Solo 23 stazioni (su 1.600) in cinque paesi hanno rilevato valori di anidride solforosa (SO2) al di sopra del valore limite giornaliero dell’UE, nel 2016. Tuttavia, il 37% di tutte le stazioni di monitoraggio del SO2, situate in 30 paesi, ha misurato concentrazioni di SO2 sopra i valori raccomandati dalle linee guida dell’OMS. Ciò significa che il 23% della popolazione urbana dell’UE-28 nel 2016 è stata esposta a livelli di SO2 superiori alle indicazioni dell’OMS.

L’esposizione della popolazione europea a concentrazioni di monossido di carbonio (CO) superiori al valore limite UE e delle linee guida OMS è molto localizzata e poco frequente. Solo cinque stazioni (di cui quattro al di fuori dell’UE) hanno registrato concentrazioni superiori al valore limite UE, nel 2016.

Allo stesso modo, nel 2016 sono state osservate concentrazioni superiori al valore limite per il benzene (C6H6) in sole quattro stazioni europee (tutte situate nell’UE).

Le concentrazioni di arsenico (As), cadmio (Cd), piombo (Pb) e nichel (Ni) nell’aria sono generalmente basse in Europa, con pochi superamenti degli standard ambientali. Tuttavia, questi inquinanti contribuiscono alla deposizione e all’accumulo di livelli di metalli tossici nei terreni, nei sedimenti e negli organismi.

Impatti dell’inquinamento atmosferico sulla salute

L’inquinamento atmosferico continua ad avere un impatto significativo sulla salute della popolazione europea, in particolare nelle aree urbane. Ha anche un notevole impatto di carattere economico, con l’aumento dei costi per la sanità pubblica e la riduzione della produttività, a causa delle giornate lavorative perse.

Le sostanze inquinanti più importanti d’Europa in termini di danno alla salute umana sono il PM, l’NO2 e l’O3.

Le stime degli impatti sulla salute attribuibili all’esposizione all’inquinamento atmosferico indicano che le concentrazioni di PM2,5 nel 2015 sono state responsabili di circa 422.000 decessi prematuri originati dall’esposizione a lungo termine in Europa ( in oltre 41 paesi), di cui 391.000 erano nell’UE.
Gli impatti stimati sulla popolazione in questi 41 paesi europei per l’esposizione alle concentrazioni di NO2 e O3 nel 2015 sono stati circa 79.000 e 17.700 morti premature all’anno, rispettivamente, di cui nell’UE circa 76.000 e 16.400 morti premature all’anno.

Sebbene le variazioni da un anno all’altro siano ridotte, uno studio recente ha valutato l’evoluzione a lungo termine dell’esposizione della popolazione europea alla concentrazione di PM2,5 dal 1990 e le morti premature associate. Sono stati utilizzati diversi set di dati e l’insieme di tutti i set di dati indica una diminuzione mediana della mortalità prematura di circa il 60% in Europa, attribuita all’esposizione al PM2,5 tra il 1990 e il 2015. Ciò riflette una diminuzione simile dell’esposizione della popolazione europea al PM2,5.

Air quality in Europe -2018 report

Dissesto idrogeologico in Italia, Rapporto Ispra 2018

Oltre 7 milioni di persone risiedono in aree vulnerabili, mentre cresce ogni anno il numero dei comuni a rischio idrogeologico. All’indomani dell’emergenza maltempo che ha colpito l’Italia da Nord a Sud portando con sé un tragico bilancio di vittime, lo scenario delineato dall’Ispra nell’ultimo Rapporto sul dissesto – presentato lo scorso luglio alla Camera dei Deputati – è stato al centro del dibattito pubblico di questi giorni. Connesso al tema del dissesto anche quello del consumo di suolo, fenomeno di cui ogni anno Ispra pubblica l’aggiornamento dei dati nazionali.

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Presentato a Milano Ecosistema urbano 2018

L’annuale rapporto di Legambiente individua le migliori pratiche dei capoluoghi di provincia italiani. Novità dell’edizione 2018 la collaborazione di Ispra, Ambiente Italia e Il Sole 24 ore.

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L’acqua è vita

L’Agenzia europea per l’ambiente (EEA) ha pubblicato il rapporto, con taglio divulgativo, “Water is life”. Nelle premesse del documento si ricorda come “l’acqua copre oltre il 70% della superficie terrestre.

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La relazione sulla performance di Arpa Marche nel 2017

Approvata a fine giugno 2018, è ora disponibile online la relazione con la quale l’Agenzia, come previsto dalla legge, rendiconta i risultati ottenuti nel corso dell’anno precedente con riferimento agli obiettivi di
performance strategica e organizzativa.

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Il Piano triennale 2018-2020 di Arpa Basilicata

Il Consiglio regionale della Basilicata ha approvato, come previsto dalla normativa regionale, il Piano triennale delle attività 2018-2020 di Arpa Basilicata che ora è disponibile online.

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Consumo di suolo in Italia, il report 2018 e la situazione in FVG

E’ stata pubblicata l’edizione 2018 del Rapporto sul consumo di suolo in Italia, presentato il 17 luglio scorso a Roma, frutto del lavoro congiunto di Ispra e delle Agenzie per la protezione dell’ambiente delle Regioni e delle Province autonome. Nell’articolo viene presentata in dettaglio la situazione in Friuli Venezia Giulia. Continua >

Il rapporto Ispra sul dissesto idrogeologico in Italia

Presentato alla Camera dei deputati il Rapporto sul dissesto idrogeologico in Italia, edizione 2018. Il rapporto fornisce il quadro di riferimento aggiornato sulla pericolosità per frane e alluvioni sull’intero territorio nazionale e presenta gli indicatori di rischio relativi a popolazione, famiglie, edifici, imprese e beni culturali.

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Inarrestabile il consumo di suolo in Italia, Snpa presenta il Rapporto 2018

Sottratti alla superficie naturale del territorio italiano altri 52 km2 nel 2017, una piazza Navona ogni due ore. Presentato in Parlamento il 17 luglio il Rapporto “Consumo di suolo in Italia” di Ispra-Snpa.
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Inquinamento acustico, i dati dell’Annuario Ispra e del Rapporto Ambiente Snpa

Nell’Annuario Ispra il capitolo “Rumore” contiene tutte le informazioni sulle attività svolte in questo ambito dall’Istituto e dalle Agenzie ambientali regionali e delle province autonome (Arpa, Appa). Nel Rapporto Ambiente Snpa, poi, sono presentate alcune specifiche esperienze significative.

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Balneazione in Basilicata: 97% di acque “eccellenti”

Alla luce del monitoraggio emerge che per la stagione balneare 2018 la qualità delle acque lucane adibite alla balneazione, valutata su scala quadriennale (2014-2017), risulta “eccellente”  il 97% delle aree e  “buona” per il restante 3%. Continua a leggere Balneazione in Basilicata: 97% di acque “eccellenti”