Come comunicare in modo efficace i cambiamenti climatici

I suggerimenti dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), il principale organismo internazionale per la valutazione dei cambiamenti climatici

Riscaldamento globale, impoverimento dell’ozono stratosferico, emissioni di gas serra, forcing radiativo, desertificazione, resilienza, vulnerabilità: quando si parla di cambiamenti climatici, soprattutto ad un pubblico non tecnico, non è sempre facile e si possono incontrare difficoltà a tradurre concetti tecnici e spesso complessi in messaggi comprensibili.

Partendo da questa criticità, l’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), il principale organismo internazionale per la valutazione dei cambiamenti climatici, ha voluto produrre una guida che definisce modi e “regole” per comunicare efficacemente questa materia al vasto pubblico. Ha quindi chiesto a Climate Outreach, uno dei massimi esperti europei in comunicazione del cambiamento climatico, di elaborare un manuale di comunicazione, scientificamente fondato e dal taglio pratico, quale strumento in mano alla comunità scientifica per coinvolgere e sensibilizzare l’opinione pubblica.

Per presentare i 6 principi è stato realizzato anche un breve video

Alla base della guida ci sono 6 principi chiave, trattati attraverso riferimenti puntuali e dettagliati, consigli pratici ed esempi applicativi:

  1. Mostrarsi sicuri nel comunicare: agire e parlare con sicurezza e sincerità aiuta ad instaurare un rapporto di fiducia con il pubblico.
  2. Parlare di cose reali e non di concetti astratti: i numeri del cambiamento climatico sono troppo distanti dall’esperienza quotidiana, è meglio iniziare la discussione sul clima partendo da esperienze comuni, usando un linguaggio chiaro ed esempi più vicini possibile al pubblico a cui ci si rivolge; evitare il “distanziamento psicologico”, ovvero la tendenza a ridurre il cambiamento climatico ad un problema che si manifesterà in un futuro lontano e colpirà soltanto chi vive in località remote.
  3. Toccare i temi su cui il pubblico è più sensibile: se si fa riferimento a valori ampiamente condivisi o argomenti di interesse locale, è più probabile che argomentazioni scientifiche vengano ascoltate; limitarsi a riportate i fatti non basta a catturare l’attenzione del pubblico ma bisogna riuscire a metterli in relazione con i valori morali di chi ci ascolta.
  4. Raccontare una storia avvincente, usando una struttura di tipo narrativo e mostrando il volto umano che sta dietro la scienza; le persone comuni sono infatti molto più abituate a scambiarsi informazioni attraverso storie che non tramite grafici e numeri, inoltre, un elemento di empatia fra scienziati e pubblico è la condivisione di qualcosa di personale al di fuori del lavoro.
  5. Concentrarsi su ciò che si sa e su cui c’è forte consenso scientifico, prima di affrontare ciò che è incerto; non si può infatti ignorare che l’incertezza è parte integrante della climatologia.
  6. Usare una comunicazione visiva di maggiore impatto; attualmente per parlare di cambiamento climatico si usa un set di immagini molto ristretto (orsi polari, calotte glaciali che si sciolgono, camini fumanti..) che rischiano di non coinvolgere il pubblico e sminuire la portata e il valore del problema. Meglio sarebbe usare immagini che raccontano, ad esempio, comportamenti che le persone possono mettere in atto, oppure “soluzioni” reali al cambiamento climatico o ancora gli effetti dei cambiamenti climatici su scala locale.

È possibile scaricare il manuale sul sito Web di Climate Outreach

Climate-Outreach-Manuale-per-gli-autori-dellIPCC

 

Testo di Maddalena Bavazzano

Una strana causa intentata da 21 cittadini USA sulla politica del clima

Pietro Greco su Micron parla della causa civile che sta per aprirsi presso una corte federale a Eugene, nell’Oregon, Stati Uniti, intentata da 21 cittadini americani contro l’Amministrazione di Washington colpevole di compromettere il futuro di vecchie e nuove generazioni con la sua politica del clima.

Quei 21 cittadini che hanno portato alla sbarra l’Amministrazione sono giovani, che pongono il problema del patto intergenerazionale: noi abbiamo il dovere di restituire ai nostri figli e nipoti il pianeta così come lo abbiamo ricevuto dai nostri padri e nonni.

Per quanto possibile. Questo è un cardine del diritto ecologico sancito in diverse assise delle Nazioni Unite, a partire dalla Conferenza sull’Ambiente e lo Sviluppo (UNCED) tenuta a Rio de Janeiro nel 1992. Ma che qualcuno chiami un tribunale (civile) a decidere se un governo ha una precisa responsabilità a rispettare questo diritto, beh questo non è usuale.

Leggi l’articolo su Micron >

 

In Italia il 2018 è stato, ad oggi, l’anno più caldo

ISPRA fa il punto sul clima e fornisce una sintesi di dati su piogge e venti che nel mese di ottobre hanno colpito il nostro Paese.

La stima provvisoria dell’anomalia della temperatura media in Italia, stando ai dati aggiornati fino al mese di ottobre compreso, configura il 2018 come l’anno più caldo di tutta la serie storica di dati controllati ed elaborati dall’Ispra, cioè almeno dal 1961 (+1,77 °C rispetto al valore normale di riferimento 1961-1990). In base a studi che ricostruiscono il clima in un passato più remoto, si può affermare che in Italia l’anno in corso risulta essere l’anno più caldo da almeno 2 secoli circa. Finora, la temperatura media in Italia nel 2018 è stata sempre nettamente superiore al valore normale ad eccezione dei mesi di febbraio e marzo; i mesi relativamente più caldi sono stati gennaio e aprile, con anomalie di oltre 2,5 °C.

Nel quadro globale di mutamento climatico, nel mese di ottobre l’Italia è stata teatro di una serie di eventi meteorologici estremi che hanno investito tutta l’Italia e che hanno determinato gravi conseguenze per la popolazione, l’ambiente e il territorio del nostro Paese. In particolare, il 19 ottobre una serie di eventi temporaleschi molto intensi ha colpito la Sicilia orientale, causando alluvioni e gravi danni alle abitazioni, alle strutture e al territorio di una vasta area, soprattutto in provincia di Catania. Negli ultimi giorni del mese, un’ondata di maltempo più estesa e violenta ha investito tutta l’Italia da nord a sud.

L’elemento che ha creato maggiore impatto è stato dapprima il vento, che il 29 e 30 ottobre ha soffiato costantemente con forte intensità dai quadranti meridionali. Diverse stazioni meteorologiche della rete nazionale hanno registrato velocità del vento dell’ordine di 100 km/h con raffiche fino a circa 180 km/h in montagna (Monte Cimone) e tra 140 e 150 km/h sul mare (Capo Carbonara e Capo Mele). Localmente, le reti regionali hanno rilevato valori di velocità del vento anche superiori, con raffiche fino a più di 200 km/h.

Le piogge sono cadute abbondantemente su quasi tutto il territorio nazionale, con tempi e intensità diverse nelle varie regioni. Le precipitazioni cumulate giornaliere più elevate sono state registrate nelle zone prealpine, con valori di oltre 400 mm in Friuli Venezia Giulia e di oltre 300 mm in Liguria, Veneto e Lombardia.

Una sintesi di dati e informazioni meteo climatiche sugli ultimi eventi del clima in Italia è stata trasmessa dall’ISPRA all’Organizzazione Meteorologica Mondiale (WMO), che sta curando la redazione del “WMO Annual Statement on the Status of the Global Climate in 2018”.

L’ISPRA svolge la funzione focal point nazionale per la realizzazione e trasmissione regolare al Regional Climate Centre della Regione VI (Europa) della WMO di dati e prodotti relativi allo stato e alle variazioni del clima in Italia.

L’Istituto, con il contributo e la collaborazione dei principali organismi nazionali e regionali titolari di reti e dati meteo climatici, elabora, controlla e rende pubblicamente disponibili dati, indici e prodotti climatici attraverso il sito www.scia.isprambiente.it e collabora con il Dipartimento di Protezione Civile Nazionale, fornendo dati e prodotti utili alle sue funzioni istituzionali.

Inoltre Il Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente (SNPA) pubblica, con cadenza annuale, il rapporto “Gli indicatori del clima in Italia”, giunto nel 2017 alla XII edizione, che illustra l’andamento climatico nazionale nel corso dell’ultimo anno e aggiorna la stima delle variazioni climatiche negli ultimi decenni.

Che danni può fare il mare?

La mareggiata che ha investito la costa ligure il 29 ottobre 2018 è stata, come annunciato già in fase previsionale, una di quelle “storiche”, che a intervalli più o meno regolari si formano nel Mediterrano nord occidentale.

La componente principale, in questa occasione, è stata il forte vento di scirocco, che fin dal primo pomeriggio si è incanalato nel corridoio naturale formato da Sardegna e Corsica a sinistra, e dalla penisola italiana a destra.

L’arco ligure è situato al posto della proverbiale finestra che – lasciata aperta – “fa corrente”: lo scirocco è arrivato in costa con un’intensità mai registrata prima. Dopo pranzo in città a La Spezia il vento ha toccato i 171 km/h, mentre in serata nell’altra riviera, a Marina di Loano, l’anemometro è arrivato addirittura a fondo scala: 180 km/h. In quindici anni di Osservatorio meteo idrologico  della Regione Liguria non era mai successo per vento da sud.

Il risultato è stato l’aumento del moto ondoso, che ha flagellato tutta la costa con onde di tipo oceanico. La boa di capo Mele, situata due miglia al largo nella riviera di ponente, ha misurato un’onda massima di 10.31 metri – un edificio di tre piani! – e un periodo di picco di addirittura 12 secondi. Fra un’onda è quella successiva, cioè, il mare ha avuto a disposizione ben dodici secondi per accumulare energia e scaricarla sul litorale.

Alla mattina dopo gli effetti sono risultati evidenti agli occhi di tutti: pur trattandosi di un fenomeno meteo completamente diverso, la devastazione nei primi cento metri di costa è stata simile a quella prodotta da uno tsunami.

Centinaia di imbarcazioni parcheggiate sulla terraferma, strade e locali spazzati via, tratti di dighe lesionati, impianti di piscicoltura e molluschicoltura compromessi, un intero settore turistico balneare da riequilibrare. Per non parlare degli inquinamenti puntuali causati dalle rotture di tubazioni, motori, serbatoi, etc,  e del possibile danno agli ambienti di pregio a ridosso del bagnasciuga, sopra e sotto la superficie dell’acqua; persino un delfino non ha retto alla furia di Poseidone, ed è stato trovato spiaggiato.

Un brusco segnale per il grande pubblico, tardivamente assalito dal dubbio su quali conseguenze avranno nel giro di pochi anni i cambiamenti climatici: il continuo aumento del livello del mare è uno dei fatti ineluttabili con cui dovremo imparare a convivere.

Il posto al sole

Pietro Greco, sulla rivista Micron parla di uno degli effetti dei cambiamenti climatici, quello dell’arrivo in Italia di insetti di vario genere che normalmente vivono nei paesi tropicali, e che, in alcuni casi, sono portatori di malattie.

Alcuni giornali hanno gridato, nelle scorse settimane, al pericolo colera dopo che due migranti, giunti in Italia con regolare volo aereo, sono stati ricoverati in un ospedale di Napoli con i sintomi della malattia infettiva. Qualcuno ha evocato un pericolo sanitario da malattie esotiche associato ai migranti. Le autorità sanitarie hanno giustamente fatto presente che non c’è un’emergenza colera e che non c’è neppure un’emergenza migranti. Chi arriva da noi sui barconi non porta con sé pericolose malattie.

Il pericolo, semmai, viene da altri viventi che vengono dall’Africa e/o dall’Asia a causa dei cambiamenti climatici: zanzare, zecche, insetti vari. Di recente Massimo Galli, Presidente della Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali (SMIT), ha rilevato come l’estate 2018 sia iniziata con un aumento delle segnalazioni di punture di zecche. In provincia di Belluno i casi di infezioni da virus dell’encefalite da zecche riportati a luglio hanno superato il numero delle diagnosi degli anni precedenti. La regione Veneto è intervenuta per rendere gratuita la vaccinazione.

Sempre a luglio il virus West Nile, trasmesso dalla zanzara comune, la Culex pipiens, aveva già provocato un numero di infezioni più numerosi di quelli segnalati in tutto nel 2017. Ad agosto erano stati diagnosticati 103 casi di malattia neuro invasiva, tre volte il numero medio di casi – 32 – osservato negli ultimi cinque anni. L’anno scorso, di quest’epoca, i casi segnalati erano in tutto 13. In questi anni abbiamo imparato a parlare anche di altri virus, da quello della Chikungunya a quello di Zika a quello che provoca la febbre di Dengue. La presenza crescente di questi virus e di altri agenti infettivi in Italia non è dovuta agli immigrati umani, ma appunto ai cambiamenti climatici. I loro vettori, a iniziare dalle zanzare, o si stanno adattando a trasportarli o arrivano in Italia e trovano un ambiente finalmente accogliente, a causa dell’aumento della temperatura.

Di recente l’Organizzazione Mondiale di Sanità (OMS) ha pubblicato un rapporto, Climate and Health Country Profile dedicato all’Italia, dove ha indicato quali sono i punti critici per la salute determinati dai cambiamenti climatici. Il primo riguarda le cosiddette “onde di calore”, ovvero i giorni eccezionalmente caldi. Il nostro paese, tra quelli europei, è tra i più a rischio. Nel 1990 questi giorni non erano più di 10 l’anno. Negli scenari peggiori dei cambiamenti climatici potrebbero diventare 250 a fine secolo. Insomma, più di due terzi dell’anno immersi in un caldo umido insopportabile, con gravi ripercussioni per giovani e soprattutto anziani. Non meno grave potrebbero essere due fenomeni meteorologici in apparenza contraddittori: l’aumento del numero di giorni con “bombe d’acqua” e conseguenti inondazioni, come avvenuto nei giorni scorsi in Sicilia, e l’aumento dei giorni consecutivi di siccità, ovvero con assoluta mancanza di pioggia. I rischi per la salute in ambedue i casi sarebbero notevoli.
Oltre ad altri effetti che hanno un’influenza più o meno diretta sulla salute, anche l’OMS fa riferimento ai “nuovi” agenti infettivi virali presenti ormai sul territorio italiano. In particolare a quelli il cui vettore sono le zanzare. L’organizzazione sanitaria li divide in famiglie di virus: quella dei Togaviridae (il virus Chikungunya virus); quella dei Flavivirus (virus del West Nile); quella degli Usutu (con due virus trasmessi dalla zanzara Culex neavei): la famiglia dei virus di Dengue e di Zika. Molti ricordano una prima epidemia di Chikungunya scoppiata in Emilia-Romagna e un’ultima nell’estate del 2017.

Leggi l’articolo completo su Micron >

La prevenzione ambientale passa anche dalla formazione

Arpa Piemonte sta investendo nel settore della formazione con l’attivazione di corsi per docenti e progetti di educazione ambientale dedicati alle scuole. Queste attività sono frutto della collaborazione di Arpa Piemonte con molte istituzioni del territorio (tra cui Regione Piemonte, Ufficio Scolastico Regionale, Università degli Studi del Piemonte Orientale, Centro Servizi Didattici della Città Metropolitana di Torino) con lo scopo di intrecciare competenze differenti alla ricerca del migliore approccio interdisciplinare alla cultura della sostenibilità.

Tre sono stati gli appuntamenti che hanno visto Arpa Piemonte protagonista la scorsa settimana che si è conclusa con la partecipazione a Climathon, maratona mondiale di ventiquattro ore con il proposito di attivare i cittadini, sensibilizzandoli sui cambiamenti climatici, così da rendere le città più sostenibili. Tra il 26 e il 27 ottobre si è svolto l’evento gratuito dal titolo “The way we change” che fonde scienza e spettacolo sui temi legati ai cambiamenti climatici. Per la prima volta l’Italia è stata il “palcoscenico mondiale” del Climathon, l’hackathon di 24 ore promosso da EIT Climate-KIC.

CLIMATHON
Sabato 27 ottobre mattino nella location dell’Environment Park di Torino, il parco dedicato alle tecnologie per l’ambiente, durante la sessione plenaria School for the environment, Arpa Piemonte ha accompagnato sul palco circa ottanta bambini delle classi quinte della scuola “M. L. Zucca”, facente parte dell’Istituto Comprensivo Novi Ligure 3 (AL), che hanno cantato dal vivo brani tratti dal progetto Musica d’Ambiente.

I bambini hanno inoltre presentato l’inedita canzone “Dai gente, salviamo l’ambiente!”, da loro composta e donata ad Arpa Piemonte, come sigla del progetto educativo.

Per saperne di più: www.arpa.piemonte.it/news/arpapiemonte-a-climathon

MUSICA D’AMBIENTE
Martedì 23 ottobre, promosso dall’Ufficio Scolastico Regionale, si è tenuto l’incontro di presentazione del corso di formazione gratuito, rivolto agli insegnanti di scuola primaria, la cui tematica è in linea con la priorità 4.2 – Didattica per competenze, innovazione metodologica di base del Piano nazionale formazione docenti (PNFD).
Per saperne di più:
Scheda del corso
Progetto Musica d’Ambiente
– www.arpa.piemonte.it/news/educazione-ambientale-formazione-docenti-e-nuove-prospettive

EDUCARE ALLA SOSTENIBILITÀ
Sempre martedì 23 Arpa Piemonte e Regione Piemonte (Settore Politiche dell’Istruzione), in collaborazione con il CeSeDi (Centro Servizi Didattici della Città Metropolitana di Torino), hanno presentato un nuovo percorso formativo articolato su tre province e tre ordini di istruzione (primaria, secondaria di primo e di secondo grado). Sono previsti tre approfondimenti su:

  • Inquinamento dell’aria – per le scuole primarie e secondarie di primo grado di Asti e Torino;
  • Musica d’ambiente – per le scuole primarie di Cuneo;
  • Cambiamenti climatici – per le scuole secondarie di secondo grado di Torino.

Per saperne di più:
– Scheda del corso
www.arpa.piemonte.it/news/educazione-ambientale-formazione-docenti-e-nuove-prospettive

Consulta il catalogo dell’offerta educativa

Il clima sta cambiando? Se ne parla il 27 ottobre a Porte Aperte all’Arpa Veneto

L’agenzia apre le porte ai cittadini con un evento sui cambiamenti climatici. I previsori spiegheranno gli effetti globali dei cambiamenti climatici e le ricadute in Veneto soprattutto per le temperature, le precipitazioni, i ghiacciai.

Continua a leggere Il clima sta cambiando? Se ne parla il 27 ottobre a Porte Aperte all’Arpa Veneto

Vacchiano: “Le foreste l’unica arma per il clima”

Intervista di Micron su cambiamenti climatici e foreste, a Giorgio Vacchiano, 38 anni, ricercatore dell’Università degli Studi di Milano, uno degli 11 scienziati emergenti selezionati da Nature tra i 500 di tutto il mondo impegnati in progetti di ricerca rilevanti. 

[Credits foto in copertina: fonte Nature, illustration Paddy Mills]

I lavori per cui è stato selezionato da Nature studiano il rapporto tra i cambiamenti climatici e la dinamica delle foreste. Che valore ha questo riconoscimento?
Nature ha selezionato ricercatori in 11 diversi settori strategici, che presentano sfide fondamentali. In questo momento, le foreste sono la nostra unica arma per contrastare davvero il climate change, per raggiungere quindi l’obiettivo di un aumento ben inferiore ai due gradi entro la fine del secolo. Per raggiungerlo, dal 2030 dovremo mettere in atto delle emissioni negative, cioè assorbire più carbonio di quanto non ne emettiamo nell’atmosfera. Oggi, mentre si studiano tecnologie geoingegneristiche, l’unica tecnologia operativa che sia a nostra disposizione sono gli alberi, attivi ormai da circa mezzo secolo e ben evoluti.

Chi studia il clima utilizza dei modelli che sono in grado di dare previsioni fino a 200 anni: le vostri equazioni matematiche hanno la stessa capacità? E cosa potete osservare?
Abbiamo multi-modelli che arrivano a 100 o 200 anni di previsione, grazie ai quali sappiamo che la distribuzione di alcune specie forestali cambierà sensibilmente per il cambiamento climatico. Siamo abituati a pensare agli alberi come organismi fermi, ma in verità migrano anche in base al clima. Una nostra ricerca su un complesso forestale in Svizzera nella Valle del Rodano ci sta mostrando come l’abete rosso, tipico della zona, tenderà ad emigrare verso la cima delle montagne, mentre le parti più basse delle montagne vedranno l’arrivo di altre specie arboree.
Il cambiamento completo della composizione di un intero bacino avrà ovviamente dei riflessi importanti per la produzione di legno, per aspetti idrogeologici piuttosto che il turismo. Visti i tempi lunghi delle foreste, è già ora necessario impostare delle strategie in base allo scenario che prevediamo ci sarà tra cento anni.

L’IPPC, l’International panel on climate change, dalla COP21 di Parigi pone l’aumento di 2 °C a fine secolo rispetto all’era preindustriale come il punto di non ritorno. Quali sono gli scenari previsti per le foreste sotto o sopra tale soglia?
Partiamo nel dire che come l’IPCC, anche i nostri studi si basano su multi-modelli e pongono scenari futuri che dipendono molto da variabili ambientali, fisiche ma anche socio-economiche. Quindi offriamo diversi scenari se, da qui in poi, percorriamo una o l’altra strada.
Un riscaldamento globale oltre i 2 °C avrà effetti maggiori sulle foreste non tanto per l’innalzamento della temperatura quanto per il moltiplicarsi degli eventi estremi.
In uno scenario di temperatura media di 3 °C o 4 °C, infatti, le foreste temperate, soprattutto quelle alle latitudini dell’Europa meridionale, andranno incontro a incendi più frequenti e più intensi. Lo stiamo già osservando negli ultimi 30 anni e questo ha un grande impatto sulle foreste. In altre parti del mondo l’effetto sarà benefico: adesso le foreste boreali hanno una crescita limitata dal freddo, ma con l’innalzamento della temperatura aumenterà la loro capacità fotosintetica e, finché ci sarà acqua disponibile, si espanderanno. Ma quando il riscaldamento globale aumenterà ancora, anche queste entreranno in stress idrico.
Ci sono studi che ci confermano che se a fine secolo saremo sui 2 °C di aumento delle temperature, perderemo il 14% di habitat in più come rifugio per la biodiversità rispetto allo scenario di 1,5 °C posto come obiettivo dalla COP21. A 2 °C si raddoppierà inoltre il numero di specie vegetali che vedrebbero la loro area di distribuzione ridursi più del 50% in seguito al climate change.

È possibile una gestione delle foreste volta ad aumentare il loro adattamento ai cambiamenti climatici e, contemporaneamente, una mitigazione degli effetti del surriscaldamento globale?
La gestione delle foreste può renderle più adattabili, quindi meno sensibili al cambiamento climatico: se una foresta entra in sofferenza per insufficienza idrica, ad esempio, si può intervenire per diminuire il numero di alberi e renderlo compatibile con la risorsa disponibile.
L’azione dell’uomo può anche agire sulla capacità della foresta di assorbire carbonio, quindi la capacità di mitigazione dei cambiamenti climatici. Le foreste giovani, generalmente, hanno una maggiore capacità di assorbimento rispetto a foreste più mature, piuttosto di quelle vergini che possono diventare emettitori di CO2.
La gestione. in questo senso, dell’età in cui le manteniamo o le tagliamo per farle rigenerare ha un’influenza molto forte sui cambiamenti climatici. Anche il legno che ne ricaviamo continua a trattenere dentro di sé il carbonio a lungo termine, se lo usiamo nel modo giusto.

Continua a leggere l’intervista su Micron >

EVENTI – “Acqua e territorio: soluzioni ed esperienze di futuro” a Bologna il 18 ottobre

Il convegno “Acqua e territorio: soluzioni ed esperienze di futuro”, organizzato da Accademia delle Scienze Istituto di Bologna e da Ordine interprovinciale dei chimici dell’Emilia-Romagna, è un’occasione per illustrare diversi aspetti di gestione sostenibile delle risorse idriche; interviene anche Arpae. Continua >

Clima, ultima chiamata

Dopo due anni di lavoro e lo studio di circa 6.000 lavori scientifici, l’Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc), il gruppo di ricercatori che opera per conto delle Nazioni Unite, ha reso pubblico il suo rapporto speciale Global Warming of 1,5 °C.

Continua a leggere Clima, ultima chiamata

Clima, la cura non sia peggiore del male

Entro ottobre il nuovo rapporto Ipcc, il panel di scienziati che per conto delle Nazioni Unite segue le vicende dei cambiamenti climatici, sarà pronto.
Un articolo di Micron evidenzia, comunque che, anche per combattere il cambiamento climatico occorrono strumenti sostenibili, ecologicamente e socialmente. Continua a leggere Clima, la cura non sia peggiore del male

I blind spots della ricerca nell’Artico

Sulla rivista Micron si torna sul tema dei ghiacci dell’Artico. Diversi i contributi scientifici, secondo i quali il loro scioglimento, in seguito ai cambiamenti climatici, probabilmente è stato sotto stimato.

Continua a leggere I blind spots della ricerca nell’Artico

Alla soglia dell’irreversibilità

Sulla rivista Micron, Pietro Greco, riprende uno studio dell’Università di Stoccolma, nel quale si indaga sull’esistenza di una soglia planetaria nella traiettoria del sistema Terra, superata la quale il regime delle temperature diventa altamente instabile e l’instabilità diventa irreversibile. Continua a leggere Alla soglia dell’irreversibilità

L’agricoltura: vittima e causa del global warming

Francesca Buoniconti, sulla rivista Micron, illustra il contenuto di due studi – pubblicati su Science e su Science Advance – nei quali si evidenziano gli effetti dei cambiamenti climatici sull’agricoltura. Continua a leggere L’agricoltura: vittima e causa del global warming

Climate change e salute, passare dalle parole ai fatti

Un articolo di Cristiana Pulcinelli sulla rivista Micron, fa il punto sugli effetti per la salute dei cambiamenti climatici, a partire da uno speciale su questo argomento recentemente pubblicato dalla rivista PLOS Medicine.

Continua a leggere Climate change e salute, passare dalle parole ai fatti