Concordia, le biologhe subacquee che salvano i fondali del Giglio

Una squadra prevalentemente al femminile quella degli operatori scientifici subacquei dell’Ispra e di Arpa Toscana intervenuti dopo il naufragio della Concordia. Il racconto e le sfide di una professione ancora molto maschile.

Sono trascorsi sei anni da quel 13 gennaio 2012 in cui la nave della Costa Concordia impattò i fondali dell’Isola del Giglio provocando la morte di 32 persone tra passeggeri ed equipaggio. Ispra e Arpa Toscana hanno affrontato l’emergenza insieme alla Protezione Civile e sin dai primi mesi hanno monitorato le acque ed i fondali dell’isola con i propri esperti. Il team di operatori scientifici subacquei dell’Ispra è composto da quattro ricercatori Marina Penna, Paola Gennaro, Benedetta Trabucco, Tiziano Bacci. Ambiente Informa ha intervistato due delle ricercatrici coinvolte.

Qual è stato il vostro ruolo durante l’emergenza della Concordia?

Benedetta Trabucco: “Come Ispra abbiamo partecipato alle operazioni sin dalle prime fasi dell’emergenza, insieme ad Arpa Toscana. Abbiamo lavorato su diversi fronti, tra cui quello in subacquea. Nostro compito è stato, ed è tuttora, quello di monitorare l’ecosistema dell’area colpita. Quindi, sin dal mese successivo al naufragio, la nostra squadra di operatori scientifici subacquei ha iniziato il monitoraggio sistematico dell’ecosistema marino, studiando le comunità biologiche, vegetali ed animali, attraverso campionamenti ed indagini video-fotografiche. Un ecosistema indubbiamente di pregio quello dell’isola del Giglio, costituto da praterie di Posidonia oceanica e da formazioni coralligene. Possiamo pertanto affermare che in questi sei anni abbiamo monitorato (e continuiamo a farlo) attentamente l’ecosistema, dall’emergenza, alla rimozione della nave fino ad oggi”.

Qual è la situazione attuale dei fondali del Giglio?

Marina Penna: “Abbiamo osservato, e questo è confortante, che l’impatto è stato circoscritto alla stretta area dell’incidente. Per “impatti” si intendono gli eventuali danni causati dal naufragio e dal cantiere per la rimozione del relitto sull’ecosistema e possiamo dire che questi non si sono estesi oltre l’area del cantiere. In generale, l’ecosistema di sta riprendendo. I fondali del Giglio sono caratterizzati da praterie a Posidonia molto estese. La Posidonia è un pianta endemica e protetta del Mediterraneo, che forma un vero e proprio ecosistema sommerso,  che può essere assimilato come produttività alla foresta pluviale. Quanto al coralligeno del Giglio, esso è formato da animali ed alghe tra cui gorgonie e spugne che formano comunità complesse tridimensionali che si sviluppano nelle loro forme più strutturate in tempi molto lunghi. Per osservare nuovi equilibri ecologici espressi da questi habitat, quindi, ci sarà bisogno di tempo”.

Che impatto avete avuto davanti alla nave affondata?

Benedetta Trabucco: Sì un impatto molto forte, sia sopra che sotto l’acqua, vedevamo dentro i saloni della nave. In più le nostre stazioni di campionamento erano molto a ridosso del cantiere e della nave stessa. Lavorare con l’incombenza del relitto così evidente è stato sicuramente di una certa impressione.

 

Parliamo ora della vostra professione di biologhe marine subacquee. Quante sono in Italia le donne che fanno questo lavoro?

Marina Penna: “Non molte, però sicuramente oggi sono più del passato. Ad esempio, ce ne sono diverse nella subacquea professionale, cioè tra i cosiddetti ”Operatori Tecnici Subacquei”, operai specializzati che costruiscono e lavorano nei cantieri subacquei.

C’è da dire, e questo lo ricordiamo entrambe molto bene, che quando arrivammo al Giglio nei primi mesi dell’emergenza, erano presenti tanti corpi militari subacquei, e noi tre dell’Ispra eravamo le uniche donne! Questo perché l’ambiente della subacquea ha un passato militare e quindi legato prevalentemente agli ambienti maschili.

Nel mondo scientifico le donne non mancano, soprattutto perché la biologia è una disciplina a maggioranza femminile. C’è comunque da dire che nel campo della ricerca marina, non solo subacquea, si viene spesso a contatto con ambienti che non sono scientifici, come quello dei pescatori, dei marittimi, delle piattaforme off-shore, tutti contesti prevalentemente maschili. Personalmente devo dire, però, che non ho mai incontrato grossi problemi.

 

Come è nata la passione per il lavoro subacqueo?

Marina Penna: “Ho iniziato sin dagli all’università, dove mi sono specializzata in biologia marina e quando ho iniziato gli studi ero già “brevettata”. Nel 1999 ho iniziato a lavorare nell’ex-Icram (Istituto per la ricerca sul mare, poi confluito in Ispra) e subito sono diventata subacquea dell’ente. Non ho mai interrotto la mia attività se non per le gravidanze. La nostra professione, come tante altre, ha bisogno di un monitoraggio attento della sicurezza, sia nella sorveglianza sanitaria che nelle procedure pre e post-immersione.

E’ una professione rischiosa quella dell’operatore subacqueo?

Benedetta Trabucco: “Come diceva Marina, c’è bisogno che si svolga in assoluta sicurezza, come tante altre professioni. Qui devo dire che Ispra ha fatto un passo importante definendo le “Buone prassi per lo svolgimento in sicurezza delle attività subacquee di Ispra e delle Agenzie ambientali”. C’è infatti tuttora un vuoto normativo per la subacquea scientifica, un’attività considerata a metà strada fra quella lavorativa e ricreativa. Da qualche anno abbiamo finalmente un riconoscimento che ci permette di operare in sicurezza. Le “buone prassi” di Ispra e delle Agenzie ambientali hanno anche ricevuto un premio nel 2015 come best practice da applicare per tutti colori che svolgono la nostra professione.

(Anna Rita Pescetelli)

3 commenti su “Concordia, le biologhe subacquee che salvano i fondali del Giglio”

  1. Mi spiace molto far notare l’ovvio, ma a furia di esser “superiori” e non voler mai cercare “il pelo nell’uovo” e ancor meno una qualche forma di visibilità, poi ci si rimette…..e allora oggi ho deciso che se all’ovvio non ci si arriva da soli, bisogna farlo notare. E l’ovvio, a mio avviso, è che se in un articolo si parla di “una squadra prevalentemente al femminile composta da quattro ricercatori di cui 3 donne”, tutte e tre impegnate, con ruoli e competenze diverse ma di eguale entità ed importanza, in un progetto come quello della Costa Concordia che dura dal 2012 ad oggi, allora o si intervistano tutte e tre oppure il nome della terza va quantomeno citato. E’ una questione di correttezza e di rispetto per il lavoro, intenso sotto tutti i punti di vista, svolto anche dalla terza subacquea per la quale si riporta il busto in foto senza nemmeno citarne il nome. Ora, io bado alla sostanza e non alla forma, per cui se mi si riconosca o meno la “targhetta” di aver avuto anche io un ruolo importante nella messa a punto, teorica e operativa, del Progetto, soprattutto in tempi in cui il Giglio era in piena emergenza naufragio, m’importa poco. Ma da qui al diventare quasi “trasparente” mi pare ce ne passa…!
    Cordiali saluti

  2. Ah, scusate, dimenticavo…il mio è solo un “appunto” che spero sia quantomeno cotruttivo per le esperienze future del “giornalismo” di ISPRA. Per quel che riguarda l’articolo in questione, prima di essere citata avrei dovuto ovviamente condividerne testo e, soprattutto, il TITOLO….che invece non condivido per nulla. Quindi, va bene così.
    Grazie di nuovo per l’attenzione, rinnovo i miei saluti

  3. Cara Paola,
    tengo a specificare, come prima cosa, che l’intervista è stata fatta alle due colleghe solo per ragioni di vicinanza di sede (Roma, Brancati) e non per altri motivi, tanto meno quello di porre su livelli diversi l’operato di un team che sappiamo ha lavorato in sinergia sul fronte della Concordia sin dalla prima emergenza. Dispiace che questo fatto abbia creato qualche dissapore e ho provveduto a rettificare il testo aggiungendo doverosamente i nomi di tutti coloro che hanno fatto parte della squadra subacquea.
    L’idea dell’articolo era quella di raccontare un lavoro fondamentale fatto da Ispra e Arpa Toscana al quale hanno contribuito significativamente le nostre ricercatrici, all’interno di un contesto ancora oggi prevalentemente maschile e a supporto di un incidente epocale nella storia del nostro Paese come quello della Concordia. La straordinarietà dell’evento, e qui rispondo anche alla questione del “titolo” ritenuto troppo forte (salvare i fondali del Giglio), necessita di toni forti e risponde ad una precisa scelta giornalistica (infatti non è un virgolettato delle intervistate). Non c’era alcun intento celebrativo, bensì una doverosa sottolineatura di quello che è stato l’operato delle colleghe/i per l’isola del Giglio e ritengo che tale sottolineatura andrebbe estesa a tutti coloro che nel Sistema svolgono in tanti campi e a vari livelli il proprio lavoro: molte volte questo è un vero “salvare” l’ambiente in cui viviamo. Attraverso Ambiente Informa, il nostro impegno di comunicatori del Sistema nazionale è proprio quello di raccontare tante di queste storie di impegno, professionalità e competenza.

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