L’economia ha assunto i principi della sostenibilità?

Il cammino dello sviluppo sostenibile non ha ancora un passo sufficiente per contrastare il degrado ambientale. Il ruolo delle economie mondiali è determinante. La transizione deve partire dal riconoscere i limiti del pianeta e contemplare gli orizzonti della green economy e dell’economia circolare. Toni Federico in Ecoscienza 5/2017.

C’è un’unica risposta al quesito nel titolo e si chiama “transizione”. Si può fare un’analisi più o meno spregiudicata sull’economia attuale, la globalizzazione, il neoliberismo e il resto, vexate quaestiones in ogni angolo del mondo. Quello che è certo è che veniamo dall’ennesima crisi, la più grave del secolo e che questa economia non ha dimostrato capacità adeguate per assicurare un futuro alle generazioni che verranno, per usare le parole di Gro Harlem Brundtland. Del resto parlare di economia è troppo semplice e ovest-centrico, perché di economie ce ne sono tante e nessuna è immune da queste stesse critiche.

Si è rivelata fallace la previsione che l’economia del mondo sviluppato, caduto il muro di Berlino, avrebbe innalzato il livello del mare sollevando tutte le barche, grandi e piccole. Era l’idea dell’Earth Summit di Rio de Janeiro del 1992, del quale il rapporto Brundtland ha costituito le basi teoriche. Le diseguaglianze sono aumentate dappertutto, tra paesi e anche entro i paesi più ricchi. Gli altri indici legati alla qualità dell’ambiente, biodiversità, concentrazioni di gas serra in atmosfera ecc. puntano da allora verso il basso. A Rio+20 sono caduti nel vuoto gli ultimi tentativi di stabilire una governance dell’economia sostenibile dall’alto1, con un modello green unico per tutti, per l’opposizione della Cina e degli altri paesi poveri e in via di sviluppo.

Un processo parallelo avveniva, negli stessi tempi, nei negoziati sulla lotta ai cambiamenti climatici: falliva la Cop15 di Copenhagen nel tentativo di sostituire il Protocollo di Kyoto con un nuovo trattato per l’abbassamento delle emissioni serra, avente valore legale per tutti. I nuovi negoziati post Rio+20 e post Copenhagen si sono posti su un sentiero diverso, basato sui fini e non sui mezzi, quindi rispettoso delle diversità tra le economie e i livelli di sviluppo, fissando target eguali per tutti e lasciando ai singoli paesi il compito di fare del loro meglio, ma con la massima trasparenza e ogni possibile uniformità nel rendere noti i risultati. I due processi hanno avuto un esito comune nel 2015.
A settembre l’Assemblea generale delle Nazioni unite vara l’Agenda 2030, un blueprint in 17 parti che fissa i Sustainable development goals (Sdg) al 2030 mediante 169 target sorvegliati da una popolazione di ben 240 indicatori. Nello slot del goal 13 dell’Agenda si inserisce a dicembre 2015 lo spettacolare risultato dell’Accordo globale sul clima di Parigi, che fissa un unico obiettivo a fine secolo: “il contenimento dell’incremento della temperatura media globale molto al di sotto dei 2 °C rispetto ai livelli pre-industriali”.

I limiti planetari
Nell’Agenda 2030 e nell’Accordo di Parigi che ne è parte integrante, vengono specificati i target, ma non i limiti ecosistemici naturali. I limiti sono i livelli minimi di un processo positivo al di sotto dei quali si innesca un degrado ambientale irreversibile, mentre i massimi sono i livelli socialmente desiderabili per la sostenibilità. I limiti planetari sono stati definiti dallo Stockholm Resilience Centre nel 20092 . Ne risulta un paradigma ben illustrato nell’Economia della ciambella dell’inglese Kate Raworth3 . La ciambella è il luogo geometrico di tutti gli indicatori ove, tra i limiti e gli obiettivi, si definisce lo spazio verso cui la transizione deve guidare le economie.

La green economy
La green economy è il pilastro economico dello sviluppo sostenibile. Introdotta tra 2008 e 2011 dall’Unep4 nel pieno della crisi, “si traduce in un miglioramento del benessere umano e dell’equità sociale, riducendo significativamente i rischi ambientali e le scarsità ecologiche”. Può essere pensata come “un’economia a basso contenuto di carbonio, efficiente in termini di risorse e socialmente inclusiva”. La Green growth, introdotta dall’Oecd nel 20115 , è una versione coerente con questa, ma più vicina ai modelli dell’economia dei paesi sviluppati. Anche qui si tratta non di rivoluzionare l’economia, ma di dare alle imprese e ai governi un punto di arrivo consapevole per assicurare un progresso entro i limiti naturali con equità e trasparenza. È il percorso che gli Stati generali hanno definito “go green6 , la cui portata di cambiamento è enorme, come enorme è la responsabilità che viene attribuita ai singoli operatori industriali e ai diversi governi.
La centralità della transizione rende la green economy cosa più complessa di quella che normalmente si chiama economia dei beni e dei servizi ambientali (Egss). Questo settore è in espansione ovunque e fattura il 5,1% del Pil in Europa con 4,2 milioni di posti di lavoro e il 2,5% in Italia. Non è però il Pil l’indicatore adatto per monitorare la transizione verso la green economy. Citando Edo Ronchi, “vi sono alternative migliori alla crescita illimitata del Pil senza altra qualificazione e a ogni costo7 .

L’economia circolare
È un termine di cui si fa un gran parlare in questo momento come chiave di volta del risparmio delle risorse per le aziende e per l’intera loro catena del valore, uno dei pilastri della green economy. La circolarità, impossibile per l’energia a causa del degrado entropico e anche per le risorse naturali e i servizi ecosistemici se si superano i limiti della resilienza della natura, può minimizzare nel settore industriale il prelievo delle risorse: quelle biologiche reintegrandole nella biosfera e quelle tecniche prolungandone l’uso, promuovendone il riutilizzo e rimettendole in ciclo, minimizzando quindi la produzione e lo smaltimento di rifiuti. Sostituisce il modello lineare dell’economia tradizionale, che si basa sul prelievo massiccio di risorse naturali e sulla loro trasformazione in prodotti che vengono consumati generando ingenti quantità di rifiuti che devono essere smaltiti. Un bell’esempio di transizione verso l’economia circolare è stato recentemente documentato per l’acciaio in Italia e nel mondo8 .

Il cammino dello sviluppo sostenibile, iniziato trent’anni fa, poco più di una generazione, con il rapporto Brundtland, non ha ancora un passo sufficiente per contrastare il degrado ambientale, come dimostrano gli indici declinanti del clima, della biodiversità e del consumo delle risorse. La lotta contro la povertà estrema sta dando risultati, ma il quadro generale mostra un’iniquità crescente nella distribuzione della ricchezza e gravi problemi per l’occupazione, la parità di genere e i diritti dei più deboli. Il ruolo delle economie mondiali è perciò determinante, perché è qui che può avvenire il cambio di passo.
Diceva Deng Xiaoping che poco importa il colore del gatto, purché prenda il topo. Il topo ha oggi l’aspetto dell’Agenda 2030 e dell’Accordo di Parigi per il 2100. Per quanto riguarda i gatti, che in buon numero stanno appunto in Cina, la domanda è se occorra un nuovo modello di economia, come molti suggeriscono9 , o se per la transizione possiamo contare sull’acquisizione responsabile e consapevole dei principi e delle pratiche dello sviluppo sostenibile da parte di tutti gli operatori dell’economia di oggi.

Toni Federico Presidente del Comitato scientifico della Fondazione per lo sviluppo sostenibile

Note
1 Troverete questi tipi di approcci riferiti come top-down o one size-fits-all.
2 Rockström J. et al., 2009, “Planetary boundaries: exploring the safe operating space for humanity”, Ecology and Society, 14 (2): 32.
3 Raworth K., 2017, L’economia della ciambella, Edizioni Ambiente, Milano.
4 Unep, 2011, Towards a green economy: Pathways to sustainable development and poverty eradication.
5 Oecd, 2011, Towards a green growth.
6 Gli Stati generali della green economy si tengono in novembre ogni anno a Rimini. Sul ruolo delle imprese si veda: Ronchi E., Federico T. et al., 2011, Le imprese della green economy. La via maestra per uscire dalla crisi, Edizioni Ambiente, Milano.
7 Ronchi E., 2017, Il carico di illusioni sul rialzo del Pil ostacola la crescita di una green economy, Huffington Post Blog, 01/09/2017.
8 Fondazione per lo sviluppo sostenibile, 2017, Dall’acciaio all’acciaio: una perfetta storia dell’economia circolare, Ricrea, Green Economy Report.
9 Si veda: Sukhdev P., 2015, Corporation 2020. Trasformare le imprese per il mondo di domani, (traduzione di T. Federico), Edizioni Ambiente, Milano. Si veda anche in edizione rinnovata rispetto all’uscita pre-crisi del 2009: Jackson T., 2017, Prosperità senza crescita. I fondamenti dell’economia di domani, Edizioni Ambiente, Milano.

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