MICRON – Biodiversità, una convenzione da rilanciare

Pietro Greco su Micron sostiene che la Convenzione sulla Diversità Biologica è stata colpevolmente dimenticata. Malgrado sia stata negoziata a Rio de Janeiro nel 1992 – 26 anni fa – in occasione della Conferenza delle Nazioni Unite sull’Ambiente e lo Sviluppo (UNCED), il numero delle specie viventi continua a diminuire, negli oceani come sulla terraferma.

Riconosciamolo. La Convenzione sulla Diversità Biologica l’abbiamo colpevolmente dimenticata. Malgrado sia stata negoziata a Rio de Janeiro nel 1992 – 26 anni fa – in occasione della Conferenza delle Nazioni Unite sull’Ambiente e lo Sviluppo (UNCED), il numero delle specie viventi continua a diminuire, negli oceani come sulla terraferma. Gerardo Ceballos, Paul R. Ehrlich e Rodolfo Dirzo sostengono, in un articolo pubblicato lo scorso anno su PNAS, che il tasso di estinzionedei vertebrati, mammiferi compresi, potrebbe essere altissimo: addirittura il 2% l’anno.

Il motivo principale di questo declino che potrebbe preludere a una grande estinzione di massa – la sesta nella storia della vita animale sul pianeta Terra – è, sostengono Edward B. Barbier, Joanne C. Burgess e Thomas J. Dean, tre esperti di economia ecologica in un articolo pubblicato di recente sulla rivista Science, «il cronico sottofinanziamento delle politiche di conservazione».

Insomma, tuteliamo male la biodiversità perché spendiamo troppo poco per preservarla. E questo malgrado la Convenzione e malgrado l’istituzione, sempre un quarto di secolo fa, della Global Environment Facility (GEF), una banca che finanzia le politiche sostenibili.

In realtà non si parte da zero. Esiste un accordo, quello degli Aichi Biodiversity Targets, che fissa un obiettivo per la conservazione del numero delle specie e delle popolazioni di ogni singola specie. Prevede la creazione di aree protette estesa al 17% della superficie terrestre, isole comprese, e del 10% delle aree marine e costiere. Il guaio è, sostengono gli esperti, che questa protezione, ove anche avvenisse e non è scontato, sarebbe comunque troppo poco.

Se vogliamo impedire per davvero la sesta estinzione di massa dobbiamo portare le aree protette al 50% dell’intera superficie del pianeta, sulla terraferma come nei mari. Costi previsti: 80 miliardi di dollari l’anno per portare dal 17 al 50% le aree protette su terraferma e 19 miliardi di dollari per portare dal 10% al 50% le aree marine e costali protette. In totale, 100 miliardi di dollari. Oggi spendiamo tra i 4 e i 10 miliardi di dollari l’anno. Morale, occorre mettere mano alla tasca e tirar fuori una quantità di quattrini molto superiore.

Ma non dobbiamo considerare una spesa, questo aumento di quattrini. Bensì un investimento. Perché le specie viventi sono una risorsa non solo ecologica, ma anche economica. Per dare un esempio del valore di questo capitale della natura, basti pensare che le api e tutti gli impollinatori sostengono un’economia agricola che vale tra i 235 e i 577 miliardi di dollari l’anno. Allo stesso medo, la pesca produce ricchezza per 252 miliardi di dollari l’anno e le foreste 300 miliardi di dollari.

Se la biodiversità crolla, queste (e altre) ricchezze sfumano. Certo, non è quello economico il modo più giusto di attribuire un valore alla biodiversità. Tuttavia questi conti ci servono per indicare la strada per uscire dal cul-de-sac in cui ci troviamo e trovare la soluzione al «cronico sotto finanziamento delle politiche di conservazione».

Questa strada è stata proposta da Eric Dinerstein e da un folto gruppo di suoi colleghi e consta di due stadi. Uno è la realizzazione, nell’ambito della Convenzione delle Nazioni Unite sulla Diversità Biologica, di un accordo simile agli accordi di Parigi sui Cambiamenti Climatici del 2015. Un accordo tra i Paesi membri delle Nazioni Unite che indicano un obiettivo preciso. A Parigi l’obiettivo indicato è stato quello di contenere per la fine del secolo l’aumento della temperatura entro i 2°C (possibilmente entro 1,5 °C) rispetto all’epoca preindustriale.

L’accordo sulla biodiversità dovrebbe prevedere l’estensione delle aree protette al 50% della superficie del pianeta. Resta il problema: dove trovare 100 miliardi di dollari l’anno per finanziare un simile progetto? Gli accordi di Parigi lasciano agli stati piena libertà di scegliere le modalità, anche di finanziamento, che meglio credono per prevenire i cambiamenti climatici e contenere l’aumento della temperatura del pianeta. Gli stati (molti stati) hanno tuttavia un problema: non hanno i soldi. Per cui molti economisti e politici stanno studiando il modo di mettere in gioco fondi (diciamo pure investimenti) privati. Non è facile. Ma è possibile. Sulla base di un principio: chi più riceve dai servizi della natura più deve investire per preservarli, quei servizi.

Eccoci, al dunque. L’agricoltura riceve servizi per un valore compreso tra 235 e 577 miliardi di dollari l’anno? Investa, dicono Barbier e colleghi, il 10% di questa ricchezza (per un valore compreso, dunque, fra 24 e 58 miliardi di dollari), per conservare la diversità biologica degli impollinatori e non solo. L’industria della pesca, per lo stesso principio, tiri fuori 25 miliardi. E l’industria forestale faccia altrettanto: investa 30 miliardi l’anno. Siamo già a 80 se non proprio a 100 miliardi.

Ma c’è un’altra fonte dove attingere: le assicurazioni, che fatturano qualcosa come 4.300 miliardi di dollari l’anno. I premi che devono pagare per tutte le catastrofi derivanti dai cambiamenti accelerati dell’ambiente ammontano a decine di miliardi di dollari l’anno. È stato calcolato che solo contribuendo a diminuire le inondazioni e il dissesto geologico associati ai cambiamenti del clima (ma anche all’erosione della biodiversità) potrebbero risparmiare 52 miliardi di dollari ogni dodici mesi. Ma è incalcolabile il beneficio che avrebbero le compagnie assicuratrici preservando la diversità biologica. Ebbene, per ottenere questi risparmi potrebbero agire con lucidità e investire una parte neppure troppo grande del loro immenso fatturato nel contrasto all’erosione della biodiversità. L’1% del fatturato investito metterebbe sul piatto qualcosa come 43 miliardi di dollari. Parafrasando Niel Alden Armostrong: un piccolo sacrificio per loro, un grande passo per la diversità biologica. E, quindi, per l’umanità.

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